C’è un’altra Venezia che Brugnaro non vuole rappresentare

Con le sue ultime esternazioni, Brugnaro ha ufficialmente aperto la campagna elettorale per il 2020. Nei fatti non l’ha mai interrotta da quando è stato eletto, adesso però è chiaro a tutti quali saranno gli argomenti principali della sua propaganda. In realtà nulla di nuovo, solamente il rendere esplicito fino in fondo, con l’utilizzo di slogan e frasi ad effetto, ciò che ha caratterizzato i suoi anni alla guida di Venezia. In buona sostanza nel prossimo anno saremo messi di fronte ad una narrazione per cui se questa città vuole svilupparsi i privati devono avere mani libere, l’ente pubblico non deve intervenire, le istituzioni vanno messe ai margini, se necessario calpestate (vedi la vicenda delle Municipalità), i cittadini non vanno ascoltati perché buoni solo a protestare, mentre il mercato si autoregola, perché le cose che fa il pubblico sono spesso sbagliate. L’alternativa a questo scenario sono i “sovietici” della “decrescita felice”.

A parte il fatto che pensare di definire “sovietico” chi oggi milita nel centro sinistra, a partire dal Partito Democratico, farebbe rivoltare Lenin nella tomba, Brugnaro si allinea così, non potrebbe essere altrimenti, alla destra turbo liberista che con le sue ricette, in questi anni di difficoltà, non ha certo alleggerito gli effetti della crisi economica ma ha anzi acuito i problemi amplificando a dismisura le diseguaglianze, lasciando sempre più indietro chi partiva svantaggiato. Il sindaco ha voluto rincarare la dose alla consegna delle lauree in Piazza San Marco spiegando ai ragazzi e alle ragazze che devono contare solo su loro stessi, perché quello che otterranno nella vita sarà solo frutto del loro impegno e perché attorno a loro ci sarà chi vorrà frenarli per rancore o invidia. Che tristezza!

L’idea che ha il proprietario di Umana è dunque quella di una città aperta solo agli interessi privati e chiusa dall’individualismo. Con l’aggravante che dietro a tutto questo non c’è tanto una visione politica, che pur non condivisibile avrebbe una sua dignità, ma c’è soprattutto il fatto che lui è proprio uno di quei privati cui andrebbe lasciata, nella narrazione del sindaco, l’iniziativa indiscriminata in città.

Nel frattempo tutti i maggiori problemi rimangono irrisolti: le grandi navi continuano a passare per il bacino San Marco e il canale della Giudecca, a Porto Marghera non c’è segno di rilancio (che fine ha fatto l’Agenzia per il Lavoro?), il turismo è sempre più l’unica economia della città ed è sempre più incontrollabile (che fine ha fatto l’Organizzazione della Gestione della Destinazione e il relativo piano, non più aggiornato dal 2017?), l’emergenza casa non viene affrontata (ci sono decine di appartamenti del Comune sfitti che, fino ad ora, non sono stati resi disponibili: forse per non turbare i prezzi del mercato degli affitti?) e i servizi sociali hanno abbandonato i territori (l’aggressione al parroco di Chirignago è solo l’ultimo degli episodi che confermano la mancanza di una rete di prevenzione e assistenza sociale).

Per tutte queste cose non serve la deregulation che auspica Brugnaro o la decrescita felice che sempre il nostro agita come uno spauracchio. È invece necessaria un’attenta regia pubblica, che in questi anni è stata scientemente smantellata, che rimetta in campo una progettualità e servizi di prossimità. E serve una politica di sviluppo sostenibile: via Ca’ Marcello aveva sicuramente necessità di essere riqualificata ma non per questo Mestre doveva essere messa a sacco dalla monocultura turistica, la soluzione per le grandi navi esiste già ed è l’applicazione immediata del decreto Clini-Passera, non ci sarebbe stato nessuno scandalo se l’area dell’ex Umberto I fosse stata acquistata e riqualificata dal Comune invece di avere un altro supermercato in centro città.

Venezia per risollevarsi non ha bisogno di essere venduta al miglior offerente ma necessita di una guida migliore dell’attuale che nei prossimi anni si ponga come obiettivo l’attuazione dello “standard Venezia” e uno sviluppo che faccia perno su “Venezia città carbon free”. Per evitare i gigantismi che minacciano la città è necessario che siano il porto, il turismo, l’aeroporto ad adeguarsi a Venezia, e non viceversa. In questo senso quale maggiore rilancio economico e sociale potrebbe derivare dal mettere in campo un grande piano per rendere Venezia entro 10 anni la prima città interamente libera dai combustibili fossili per il suo sostentamento, ponendo in campo una strategia di manutenzione diffusa del territorio e adeguamento del patrimonio urbano ed edilizio al cambiamento climatico. Di questo parlano oggi le principali amministrazioni cittadine, progressiste e conservatrici.

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