IL DEGRADO NON È PIÙ DI MODA

Ha scritto di recente Massimo Carlotto, a proposito delle morti per overdose che colpiscono da qualche mese Mestre, che non può essere solo una questione da delegare alle attività repressive, per quanto fondamentali. C’è una questione più generale che riguarda la capacità di governare i fenomeni sociali e le amministrazioni che tagliano i fondi all’assistenza commettono un errore strategico che purtroppo pagheranno i cittadini. Nessuno meglio di chi opera in strada, con esperienza e competenza, è in grado di intercettare proprio quei fenomeni ampliando di fatto la possibilità di limitarne i danni. Tenere in ufficio gli operatori sociali e allo stesso tempo militarizzare la città potrà anche incidere sulla percezione della sicurezza, ma quella reale rimane pesantemente a rischio.

Il “degrado” non è più di moda. Eppure la quotidianità ci conferma che a Mestre negli ultimi due anni non è cambiato nulla, anzi, semmai le cose sono peggiorate. Sembra invece che l’opinione pubblica sia molto meno attenta di un tempo, quasi fosse distratta o disinteressata a quella che fino a non molto tempo fa, prima dell’avvento di Brugnaro, veniva definita come “l’emergenza Degrado a Mestre”. Ce li ricordiamo i titoloni sui giornali, le proteste quotidiane dei diversi comitati, gli interventi di autorevoli testimoni che decretavano lo stato di abbandono e persino di pericolosità della città (e del suo centro), le marce leghiste e di “SOS Mestre” che partivano da via Piave per arrivare in piazza Ferretto. Oggi, pur in presenza di segni evidenti e persino di fronte alla recrudescenza di alcuni fenomeni, gli allarmi si esprimono, quando si esprimono, in tono assai minore. Eppure non passa giorno che il sindaco non si intesti un qualche successo sul piano della sicurezza, ma a ben guardare si tratta di slogan e niente più. Basta farsi un giro per le aree più calde della città per capire che la realtà è molto diversa rispetto alla narrazione di Brugnaro. Chiunque, ad esempio, abiti o transiti dalle parti di via Piave si sarà reso conto che con il calare delle luci le strade si riempiono di operatrici del sesso, con numeri che ricordano i vecchissimi tempi, quando si gridava ad un’emergenza intollerabile. Diverse parti della città sono ostaggio di gruppi stanziali di senza tetto, come nella zona della biblioteca. I portici su un lato di piazzale Donatori di Sangue sono diventati un dormitorio a cielo aperto di persone per le quali non si capisce che cosa stiano facendo i servizi sociali. Mentre si passa con la lucidatrice in Piazza Ferretto, si abbandona tutto il resto con l’amministrazione comunale silente. Le attività commerciali chiudono come e più di prima e sono gli stessi commercianti, quelli che resistono nonostante tutto, a denunciare l’assenza totale di strategia per rilanciare il centro cittadino. Stupisce, ripeto, che alcune espressioni del civismo locale siano scomparse dalla scena quando in passato persino una deiezione canina veniva trasformata in allarme degrado. L’unico segnale di speranza e di rilancio per la nostra città è venuto in questi mesi dal Gruppo di Lavoro di via Piave che, in accordo col proprietario, ha fatto diventare un negozio sfitto un punto di ritrovo e di riferimento culturale in una zona complessa come è via Piave.

Si riparta da queste esperienze civiche e si rimetta in sesto una rete di operatori sociali che aiuti a intercettare il disagio. I proclami del sindaco non servono a molto, è invece indispensabile riacquistare un minimo senso della realtà e l’umiltà giusta per affrontare i problemi per come sono veramente.

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