LA FILOSOFIA DI LOST

Lost, arrivato alla quinta serie, è una delle serie TV più belle che siano mai state prodotte. Lost non è solo un programma televisivo, Lost è un’opera d’arte della cultura pop. Come ha scritto Aldo Grasso, “Lost è un capolavoro. Lost è una riflessione sull’occidente nella sua forma più angosciata e irriducibile”.
Il segreto di questo sorprendente telefilm non sta solo nella sua scrittura e sceneggiatura, ma sta soprattutto sul fatto che fa riflettere: nei vari episodi vengono messe in scena la ricerca di una verità che a tratti sembra irraggiungibile, la disperazione di chi vive nel dubbio e si affronta l’eterna sfida tra fede e ragione (John vs Jack).
Nella ricerca di cosa sia la verità scende in campo prepotentemente il rapporto tra immaginazione e realtà. In un’isola dove allucinazioni, apparizioni misteriose e sogni premonitori sono all’ordine del giorno è spontaneo continuare a chiedersi cosa è reale e cosa no, tanto che Steven Spielberg in un’intervista ha affermato che se dovesse scrivere lui il finale di Lost lo concluderebbe mostrando un flash back in cui Jack, prima di salire a bordo del volo Oceanic 815, viene sequestrato da alcuni uomini, quindi drogato o collegato a una macchina. L’intera serie di Lost (l’incidente, l’isola, i sopravvissuti e le loro storie) si rivelerebbe non essere altro che un sogno o un’allucinazione di Jack, dando così compimento ad una frase che Dave, l’amico immaginario di Hugo, rivolge allo stesso Hugo in un episodio della seconda serie: “Tu non sei qui, è tutto nella tua mente”.
Ho da poco terminato di leggere un interessante libro scritto da Simone Regazzoni: La filosofia di Lost, Ponte alle Grazie editore, 2009. Scrive Regazzoni: “La na­tura filosofica di Lost non si esaurisce nel gioco dei nomi di famosi filosofi attribuiti ai per­sonaggi (Locke, Rousseau, Hu­me, Bentham) o in quello di qualche filosofo esplicitamente citato (Nietzsche)… Piuttosto occorre dire che la filosofia la­vora al cuore di tenebra di Lost nella forma di una serie di que­stioni fondamentali: Che cos’è un’isola? Che cosa significa so­pravvivere? Esiste il mondo esterno o è una mera illusione? Che cos’è la verità? Che cosa si­gnifica con-vivere? Qual è il rapporto fra fiction e real life?”.
È arrivato, per la filosofia, il momento di occuparsi delle serie TV partendo dall’assunto che anche la finzione si nutre di verità.

8 pensieri riguardo “LA FILOSOFIA DI LOST

  • 29 aprile 2009 in 16:40
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    Direi che l’entusiasmo su Lost è eccessivo.
    Il giudizio di Grasso su Lost e su tutta la nuova serialità americana è solo in parte condivisibile; si tratta (per la serie di Abraham e per le altre che hanno visto la luce in questi anni) certo di prodotti di buon livello, con una sceneggiatura ricca e articolata, conseguenza di una maturazione del mezzo e dei suoi fruitori. Lost è di sicuro un prodotto complesso, con una regia semplice (a volte poco curata per le pretese estetiche vere o attribuite alla serie) e buona fotografia.
    Tuttavia per giudicare della bontà dell’operazione bisogna aspettare il finale; come ogni racconto horror o ogni science fiction la difficoltà è sbrogliare in modo convincente la matassa e proporre un finale adeguato.
    Il problema è radicale: la suggestione del racconto lascia al lettore il compito di chiudere la narrazione anticipando lo svolgimento della storia (come insegna Barthes è la dialettica tra previsione e sorpresa la radice del piacere della lettura o della fruizione di un testo); ma fra le molte possibilità la narrazione deve sceglierne una, perdendo il fascino delle infinite allusioni ed esponendosi nel prendere una “decisione” sulla natura del racconto stesso.
    Temo che Lost non riuscirà ad avere un finale all’altezza delle molteplici suggestioni che sono presenti nella serie e che gli spettatori hanno proiettato sul racconto: tanto maggiore è il grado di complessità tanto più difficile è costruire una buona soluzione. Il finale spilbergiano, ad esempio, pur “scaltro” (secondo gli stilemi del cinema hollywoodiano) credo lascierebbe un senso di inappagamento allo spettatore fedele.
    Da un ultimo alcune riflessioni per mostare la facilità di rinvenire significati “filosofici” in Lost e della conseguente aleatorietà di tali significati.
    La vicenda del gruppo di superstiti sull’isola dopo l’incidente aereo, come variante moderna del naufragio, è un paradigma dai molteplici significati: rimanda alla storia di Crusoe come modello dell’intrapresa borghese che qui è rovesciata post-modernamente in un’esperienza di incapacità a controllare la realtà dell’isola, onirica e a-razionale; riprende le simbologie antiche e poi cristiane sulla “morte per acqua” come evento del sacrificio rituale che riporta vita nel mondo dopo l’inverno (secondo il “Ramo d’oro” di Frazer) e suggerisce di vedere un significato teologico negli eventi della serie; richiama la metaforologia di Hans Blumenberg (“Naufragio con spettatore”); suggerisce la dialettica tra conscio e inconscio o tra Sè e Io in Freud e Jung in quanto il mare è simbolo del rimosso e del luogo del male (come accade anche nella Bibbia: il mare come luogo del Leviatano e dell’indistinto a cui Dio pone un limite, sia in Genesi che nel Libro di Giobbe); richiama la metafora di Walter Benjamin secondo cui l’uomo moderno è un naufrago su una scialuppa da cui non si vede che mare.
    Quali di questi è presente nella serie?
    Quale il limite tra interpretazione e uso di un testo (anche filmico)?
    Anche nel mondo post-moderno i luoghi del pensiero sono altri, rispetto ad una, per quanto buona, serie televisiva.

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    • 30 aprile 2009 in 09:14
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      Concordo con il fatto che i luoghi dove si è formato e continua a svilupparsi il pensiero siano altri ma, se non se ne trovano altri, la capacità di elaborazione rimarrà un “privilegio” di pochi. E anche una serie TV può essere un nuovo luogo dove poter riflettere, soprattutto in un paese narcotizzato come l’Italia dove sembra che più nessuno abbia voglia di pensare.

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  • 30 aprile 2009 in 09:36
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    Riflettere su un contenuto e in un contesto dove non c’è vero pensiero non è riflettere; credere che una certa televisione sia un surrogato del vero pensiero perpetua la condizione di narcotizzazione della società. La “capacità di elaborazione” è comunque un privilegio per pochi, per lo meno i pochi che hanno voglia di sopportare la “fatica del concetto” (per dirla con Hegel).
    Poi che sia meglio (molto meglio) guardare Lost o i Manga di ultima generazione piuttosto che X Factor, credo non sia opinabile…

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    • 30 aprile 2009 in 09:57
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      Dovremmo vedere Lost insieme…

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  • Pingback:APPUNTI » FLASH FORWARD: IL DESTINO TORNA IN SCENA

  • 19 maggio 2010 in 13:45
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    Francesco, apprezzo il suo intervento ma le chiedo anche cosa intende per luoghi di pensiero… grazie

    Risposta
  • 21 maggio 2010 in 15:44
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    Per Frosties…
    Per “luoghi del pensiero” intendevo semplicemente contesti, occasioni, ambiti che stimolano/rendono possibile il pensare, ovvero offrono spunti e materiale alla riflessione…
    Ultimamente si fa un gran parlare di filosofia pop come analisi filosofica (nel duplice senso di indagine da un punto di vista filosofico e di identificazione di tematiche filosofiche) in opere della cultura pop.
    E’ certo possibile “leggere” speculativamente un certo fenomeno, ma, come dicevo, c’è sempre il rischio della “proiezione” della propria ideologia o dottrina sul testo (in particolare se questo è debole o poco profondo); inoltre l’esercizio può essere divertente ma rimane sempre una pratica marginale rispetto all’interrogare altri contenuti.
    La questione in ogni caso è complessa e richiede una serie di distinguo.

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  • 6 febbraio 2012 in 21:05
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    Ciao,

    qualcuno sa dirmi la fonte della citazione di Aldo Grasso “Lost è un capolavoro. Lost è una riflessione sull’occidente nella sua forma più angosciata e irriducibile”? L’ho trovata citata nel libro “La filosofia di LOST”, ma su Internet non trovo riferimenti.

    Grazie!

    Risposta

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