Il PIL cresce, le imprese investono e il mercato del lavoro mantiene livelli occupazionali elevati. Eppure milioni di persone faticano a sostenere il costo della vita, perdono potere d’acquisto e guardano con crescente preoccupazione al proprio futuro. È dentro questa contraddizione che va letta la sconfitta dei Repubblicani alle elezioni di midterm negli Stati Uniti. Ma anche in Italia, dove la crescita è molto più debole, emergono contraddizioni che peseranno sul giudizio degli elettori in vista delle elezioni politiche del 2027.
A guardare i principali indicatori macroeconomici, l’economia degli Stati Uniti non sembra quella di un Paese in difficoltà. Il PIL continua a crescere, le imprese investono, il mercato del lavoro mantiene livelli occupazionali complessivamente elevati e i mercati finanziari mostrano una buona capacità di attrarre capitali. Nel terzo trimestre del 2026 il prodotto interno lordo reale è cresciuto del 3,4% su base annua, dopo il +2,2% del trimestre precedente. A sostenere l’espansione hanno contribuito gli investimenti, i consumi e la spesa pubblica, mentre le esportazioni hanno rappresentato un elemento di debolezza. Anche gli investimenti legati alle nuove tecnologie, all’intelligenza artificiale e alla costruzione di infrastrutture digitali stanno alimentando una parte significativa della dinamica economica americana. Sul fronte occupazionale, il tasso di disoccupazione si attesta al 4,2%. Un livello che, pur in presenza di segnali di rallentamento delle assunzioni, continua a indicare un mercato del lavoro relativamente solido. A settembre sono stati creati 29.000 nuovi posti di lavoro: un dato modesto, che segnala però una frenata più che una crisi occupazionale generalizzata. Insomma, non siamo davanti a un’economia in recessione. Eppure,se passiamo dai grandi indicatori macroeconomici alle condizioni materiali delle famiglie, il quadro cambia sensibilmente.
La prima questione riguarda il costo della vita. A settembre 2026 l’inflazione americana è salita al 3,7% su base annua, in accelerazione rispetto al 3,4% di agosto. Nell’ultimo mese i prezzi della benzina sono aumentati del 9,1%, mentre l’indice energetico ha registrato un incremento del 5,2%. Su base annua, l’energia segna un aumento del 20,4%. Il dato sull’inflazione va letto con attenzione. Non significa semplicemente che i prezzi stanno aumentando: significa che continuano ad aumentare dopo gli incrementi già registrati negli anni precedenti. Anche quando l’inflazione rallenta, infatti, i prezzi non tornano automaticamente ai livelli precedenti.Per le famiglie il problema è quindi rappresentato da un costo della vita che si è progressivamente consolidato su livelli più elevati. A questo si aggiunge la dinamica dei salari. Secondo il Bureau of Labor Statistics, tra settembre 2025 e settembre 2026 le retribuzioni orarie reali medie sono diminuite dello 0,7%. In altre parole, gli stipendi nominali sono aumentati meno dei prezzi.Anche lavorando e continuando a percepire una retribuzione, una parte dei lavoratori ha perso capacità di acquisto. È una contraddizione importante: il mercato del lavoro può continuare a funzionare e il numero degli occupati rimanere elevato, ma questo non garantisce che il reddito da lavoro sia sufficiente a mantenere il proprio tenore di vita. Il problema diventa ancora più evidente per chi dispone di redditi bassi, ha scarsa capacità di risparmio e destina una quota maggiore delle proprie entrate alle spese incomprimibili: abitazione, alimentazione, trasporti, energia e assistenza sanitaria. Un aumento dei prezzi, anche relativamente contenuto, pesa molto di più su queste famiglie rispetto a chi dispone di redditi elevati e patrimoni finanziari.
C’è un secondo elemento che aiuta a comprendere il paradosso americano: la distribuzione della ricchezza. La Federal Reserve ha registrato nel secondo trimestre del 2026 un aumento di 12.800 miliardi di dollari del patrimonio netto complessivo delle famiglie e delle organizzazioni non profit, portandolo a 195.900 miliardi. Un incremento determinato soprattutto dalla rivalutazione delle attività finanziarie, in particolare delle azioni. È un dato che racconta una parte importante del successo dell’economia americana, ma anche i limiti di una crescita che si trasmette in modo diseguale. Secondo le rilevazioni distributive della stessa Federal Reserve, nel secondo trimestre del 2026 circa l’88% del valore delle azioni societarie e delle quote di fondi comuni era detenuto dal 10% più ricco della popolazione. Alla metà meno abbiente delle famiglie faceva capo una quota inferiore all’1%. Questo significa che quando i mercati finanziari salgono e i grandi patrimoni si rivalutano, i benefici si concentrano prevalentemente su chi possiede già attività finanziarie. Chi vive principalmente del proprio stipendio, invece, non trae automaticamente alcun vantaggio dall’aumento delle quotazioni azionarie. Anche i dati sui redditi restituiscono un quadro articolato. Il Census Bureau rileva che nel 2025 il reddito familiare mediano ha raggiunto 87.460 dollari, il valore più elevato della serie storica iniziata nel 1967, con un aumento del 2,6% rispetto all’anno precedente. Sarebbe quindi sbagliato sostenere che tutte le famiglie americane siano diventate più povere. Ma c’è un particolare significativo: nello stesso periodo il reddito del decimo percentile più basso non ha registrato un incremento statisticamente significativo. Anche i guadagni mediani degli uomini occupati a tempo pieno per tutto l’anno non hanno mostrato variazioni significative. La fotografia che emerge è quella di un’economia capace di produrre ricchezza e di aumentare il reddito complessivo, ma nella quale i benefici non si distribuiscono uniformemente. E quando a questo si aggiunge una nuova accelerazione dei prezzi, la condizione delle famiglie con minori disponibilità economiche diventa ancora più fragile. Non sorprende, quindi, che anche la fiducia dei consumatori sia particolarmente debole. L’indice dell’Università del Michigan si è attestato a 48 punti nell’ottobre 2026, con una diminuzione del 10,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. L’indice relativo alle condizioni economiche attuali è sceso addirittura del 20,3%. Il problema non è soltanto la situazione economica presente, ma la percezione di un futuro nel quale diventa sempre più difficile migliorare la propria condizione.
È dentro questo scenario che bisogna leggere il risultato delle elezioni del 3 novembre. I Democratici hanno conquistato il controllo sia della Camera dei rappresentanti sia del Senato, sottraendo ai Repubblicani la maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Una sconfitta particolarmente significativa per Donald Trump, che aveva trasformato la campagna elettorale in una sorta di referendum sul proprio operato. I dati dell’AP Voter Poll, realizzato su oltre 100.000 elettori, aiutano a comprendere il rapporto tra condizioni economiche e comportamento elettorale. Circa 9 elettori su 10 consideravano il costo della vita un fattore importante o cruciale nella scelta elettorale. Circa due terzi ritenevano che le politiche di Trump avessero peggiorato la situazione economica. Tra questi ultimi, circa 8 su 10 hanno votato per il candidato democratico alla Camera. Gli elettori maggiormente preoccupati per il costo di alimentari, sanità e carburante hanno votato prevalentemente Democratico. Particolarmente significativo è il dato relativo alle fasce di reddito più basse: gli elettori con redditi familiari inferiori a 50.000 dollari hanno mostrato un significativo spostamento verso i Democratici. Naturalmente, il risultato elettorale non può essere spiegato esclusivamente con l’economia. Nell’AP Voter Poll emergono anche la preoccupazione per la corruzione, il dissenso nei confronti della gestione della guerra in Iran e le critiche alla concentrazione del potere nelle mani del presidente. Circa tre quarti degli elettori si dichiaravano arrabbiati o insoddisfatti della direzione presa dal Paese. Ma il dato economico ha rappresentato un terreno decisivo sul quale si sono sommate le altre insoddisfazioni. Nel 2024 Trump aveva costruito una parte importante della propria vittoria proprio sulla promessa di migliorare le condizioni economiche degli americani e di ridurre il costo della vita. Due anni dopo, una quota significativa di quegli stessi elettori non riteneva mantenute quelle promesse.
La vicenda americana offre una considerazione che va oltre il risultato elettorale e riguarda una questione centrale per tutte le economie occidentali. La crescita del PIL è un indicatore fondamentale, ma non è una misura sufficiente del benessere di una società. Ci dice quanto produce un Paese, non come la ricchezza prodotta viene distribuita, quali salari percepiscono i lavoratori, quanto costa vivere, quante risorse restano alle famiglie dopo aver pagato le spese essenziali e quali prospettive hanno le nuove generazioni. Un’economia può crescere grazie agli investimenti tecnologici, alla finanza e alla capacità competitiva delle grandi imprese senza che questo si traduca automaticamente in un miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione. Il caso americano dimostra che non basta poter rivendicare un PIL in aumento o una borsa in crescita se una parte significativa dei cittadini vede diminuire il proprio potere d’acquisto, fatica a sostenere le spese quotidiane e non percepisce alcuna prospettiva di miglioramento. Il voto di midterm ha reso evidente questa distanza. Gli elettori non hanno giudicato soltanto i risultati dell’economia americana, ma anche la capacità del governo di trasformarli in un miglioramento concreto delle proprie condizioni di vita. La sconfitta dei Repubblicani non è quindi la conseguenza di una recessione, né può essere ricondotta a un singolo indicatore economico. È il risultato di una combinazione di fattori, nella quale il costo della vita, la perdita di potere d’acquisto e la percezione di una crescita che favorisce soprattutto chi possiede già ricchezza hanno avuto un peso rilevante.
Se passiamo dagli Stati Uniti all’Italia, abbiamo un’economia che cresce poco, una produttività debole e una dinamica salariale che continua a non garantire un recupero adeguato del potere d’acquisto. Il terzo trimestre del 2026 ha confermato questa difficoltà. Secondo la stima preliminare dell’ISTAT, il PIL è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente ed è cresciuto dello 0,8% rispetto allo stesso periodo del 2025. La crescita acquisita per l’intero 2026 è pari allo 0,8%. Non siamo davanti a una recessione, ma a un’economia che fatica a trovare un ritmo di sviluppo. La componente industriale ha registrato una flessione, compensata dalla crescita dei servizi e dell’agricoltura. Anche il contributo della domanda estera netta è risultato negativo. Le previsioni economiche della Commissione europea della primavera 2026 indicavano una crescita dello 0,6% nel 2027. Il dato sugli investimenti presenta alcuni aspetti positivi. Nel secondo trimestre il tasso di investimento delle società non finanziarie è salito al 26,4%, con un aumento di 0,7 punti percentuali. Le risorse del PNRR continuano a sostenere gli investimenti pubblici e una parte della domanda interna. Il problema è che questa dinamica non si traduce ancora in un rafforzamento generalizzato dell’apparato produttivo. La crescita degli investimenti deve diventare maggiore capacità industriale, innovazione, produttività e occupazione qualificata. Altrimenti rischia di rimanere una spinta temporanea, senza modificare le debolezze strutturali del sistema economico italiano.
Anche in Italia il mercato del lavoro presenta alcuni risultati positivi. A settembre 2026 gli occupati erano 24 milioni e 328 mila, con un aumento di 198 mila unità rispetto a settembre 2025. Il tasso di disoccupazione si attestava al 6,3%, mentre il tasso di occupazione era pari al 63%. Sono dati che sarebbe sbagliato ignorare. Ma è altrettanto importante guardare alla composizione di questa crescita. Dei 198 mila occupati in più rispetto all’anno precedente, 71 mila sono dipendenti permanenti, 89 mila dipendenti a termine e 38 mila lavoratori autonomi. La componente del lavoro a termine ha quindi rappresentato la quota più consistente dell’incremento occupazionale. C’è poi un altro elemento: nel terzo trimestre, rispetto al secondo, gli occupati sono diminuiti di 13 mila unità, mentre le persone in cerca di lavoro sono aumentate di 108 mila. Il tasso di inattività rimane al 32,7%. Non siamo di fronte a un mercato del lavoro in crisi generalizzata, ma il numero degli occupati, da solo, non basta a descrivere la qualità dell’occupazione, la stabilità dei contratti e la capacità dei redditi da lavoro di sostenere le famiglie. Il problema italiano non è soltanto creare posti di lavoro. È creare lavoro stabile, qualificato e adeguatamente retribuito.
Uno dei problemi più rilevanti riguarda la riduzione del potere d’acquisto. A settembre 2026 le retribuzioni contrattuali orarie erano aumentate del 2,5% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nello stesso periodo l’inflazione italiana era salita al 4,2%. La differenza è di 1,7 punti percentuali. Gli stipendi, quindi, crescevano meno dei prezzi. La situazione è ulteriormente peggiorata con i dati provvisori di ottobre: l’inflazione è salita al 5,4% su base annua, con un aumento mensile dello 0,9%. L’accelerazione è stata determinata soprattutto dai prezzi energetici, cresciuti del 31,4% rispetto a ottobre 2025, e dagli alimentari non lavorati, aumentati del 7,5%. Il cosiddetto carrello della spesa è passato da una crescita annua dell’1,5% a settembre al 2,5% a ottobre. La tendenza è chiara: la nuova accelerazione dei prezzi sta rendendo ancora più difficile il recupero dei redditi reali. Il problema, peraltro, viene da lontano. Secondo l’ISTAT, alla fine del 2025 le retribuzioni contrattuali reali erano ancora inferiori dell’8,6% rispetto ai livelli del 2019. Dopo anni di inflazione e aumenti salariali insufficienti, una parte importante dei lavoratori non ha ancora recuperato il potere d’acquisto perduto. Questa è una delle principali fragilità del modello economico italiano: un Paese nel quale avere un lavoro non significa necessariamente riuscire a migliorare la propria condizione economica.
I dati sui bilanci delle famiglie confermano le difficoltà. Nel secondo trimestre del 2026 il reddito disponibile delle famiglie consumatrici è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre i consumi sono cresciuti dell’1,7%. La propensione al risparmio è scesa al 6,7%, con una diminuzione di 1,2 punti percentuali. Il potere d’acquisto delle famiglie è diminuito dello 0,9%. Anche i dati sulle vendite al dettaglio pubblicati a novembre confermano la debolezza della domanda. Nel terzo trimestre le vendite sono diminuite dello 0,3% in valore e dello 0,5% in volume rispetto al trimestre precedente. A settembre, rispetto allo stesso mese del 2025, le vendite sono aumentate dell’1,6% in valore, ma diminuite dello 0,1% in volume.Concretamente significa che le famiglie spendono di più ma acquistano sostanzialmente la stessa quantità di beni, se non una quantità inferiore. Anche la fiducia dei consumatori segnala una crescente preoccupazione. A ottobre 2026 l’indice ISTAT è sceso da 91,2 a 90,3. Nello stesso periodo, invece, la fiducia delle imprese è aumentata da 95,9 a 96,6. La distanza tra le due dinamiche è significativa: mentre alcune componenti del sistema produttivo mostrano segnali di miglioramento, le famiglie esprimono una valutazione più negativa della situazione economica generale.
I dati sulla povertà restituiscono forse la dimensione più evidente delle difficoltà sociali italiane. Secondo l’ultimo rapporto ISTAT, riferito al 2025, in Italia vivono in condizione di povertà assoluta 5,4 milioni di persone, pari al 9,3% della popolazione. Le famiglie coinvolte sono oltre 2,1 milioni, l’8% del totale. La povertà relativa interessa invece quasi 8,7 milioni di persone, pari al 14,8% della popolazione. A questo quadro si aggiunge il dato relativo al rischio di povertà o esclusione sociale: nel 2025 riguarda il 22,6% degli italiani. Ma il dato nazionale nasconde differenze territoriali molto profonde: nel Mezzogiorno la percentuale raggiunge il 38,4%, contro il 13,1% del Nord. Quasi tre volte tanto. Anche la distribuzione dei redditi conferma una distanza significativa: il 20% più ricco delle famiglie percepisce un reddito pari a 5,1 volte quello del 20% più povero. È evidente che il problema italiano non riguarda soltanto la crescita insufficiente. Riguarda anche la distribuzione delle opportunità, la qualità del lavoro, la capacità di garantire servizi e protezione sociale e le profonde differenze territoriali.
Il confronto tra Stati Uniti e Italia evidenzia due situazioni differenti. Negli Stati Uniti la crescita economica è sostenuta, gli investimenti sono dinamici e il mercato del lavoro rimane relativamente solido. La contraddizione riguarda soprattutto la distribuzione dei benefici della crescita, la concentrazione della ricchezza e la perdita di potere d’acquisto di una parte della popolazione. In Italia la situazione è più complicata: la crescita è debole, la produttività fatica ad aumentare, i salari reali non hanno recuperato le perdite accumulate e una parte significativa della popolazione continua a vivere in condizioni di fragilità economica. In entrambi i Paesi, tuttavia, emerge una questione comune: la distanza tra i risultati macroeconomici e la percezione che le persone hanno della propria condizione. Il PIL può crescere, le imprese possono investire e l’occupazione può aumentare. Ma se i salari non bastano, il costo della vita cresce, le prospettive dei giovani rimangono incerte e le famiglie devono ridurre i risparmi per sostenere le spese quotidiane, quella crescita non viene percepita come un miglioramento concreto. È qui che gli indicatori economici diventano anche indicatori politici.
In Italia il prossimo appuntamento elettorale nazionale è atteso nel 2027, alla scadenza ordinaria della legislatura iniziata nel 2022, salvo uno scioglimento anticipato delle Camere. Sarebbe prematuro sostenere che gli attuali indicatori economici determinino già il risultato delle prossime elezioni. Ma è possibile individuare le questioni che avranno un peso importante nel giudizio degli elettori. La prima sarà ilpotere d’acquisto. Anni di perdita delle retribuzioni reali avranno un peso importante nell’orientamento al momento del voto. La seconda riguarderà laqualità dell’occupazione. Il Governo potrà rivendicare l’aumento del numero degli occupati, ma gli elettori guarderanno anche alla stabilità dei contratti, ai salari, alla sicurezza sul lavoro e alle possibilità offerte ai giovani. Infine, ci sarà iltema dei servizi pubblici. Sanità, scuola, trasporti, assistenza e politiche abitative rappresentano una componente fondamentale del benessere delle famiglie. Quando questi servizi non sono sufficientemente accessibili, il loro costo viene trasferito sui cittadini, aumentando ulteriormente le disuguaglianze.
La lezione delle elezioni americane è che non è sufficiente presentare i dati positivi dell’economia se una parte consistente della popolazione non ne riconosce i benefici nella propria vita quotidiana. Inoltre l’Italia ha un problema ulteriore: deve ancora costruire una crescita sufficientemente robusta da rendere possibile una redistribuzione più ampia della ricchezza. Nel 2027 gli italiani non saranno chiamati a giudicare soltanto i numeri del PIL, il livello dello spread o il deficit pubblico. Giudicheranno soprattutto se lavorare permette di vivere dignitosamente, se uno stipendio consente di arrivare alla fine del mese, se i giovani possono costruirsi un futuro e se i servizi pubblici garantiscono a tutti le stesse opportunità.
