Oggi, 1° settembre, si celebra l’XI Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato. C’è una frase del profeta Isaia che attraversa il messaggio di Papa Leone XIV per questa occasione: «Forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci». È un’immagine antichissima, ma sorprendentemente attuale. Isaia immagina un mondo nel quale gli strumenti della distruzione vengono trasformati in strumenti capaci di produrre vita. Leone XIV la riprende per mettere in relazione due delle grandi tragedie del nostro tempo: la guerra e la devastazione dell’ambiente. Ed è probabilmente questo il punto più forte del messaggio del Papa:non esiste una vera cura del creato se non ci interroghiamo contemporaneamente sulle cause della guerra, della povertà e delle disuguaglianze. La crisi ambientale non è, dunque, soltanto una questione di emissioni, temperature, consumo di suolo o transizione energetica. È anche una questione di pace, di giustizia e di modello economico e sociale.

Leone XIV parte da una constatazione semplice e drammatica: le crisi che attraversano il mondo non sono fenomeni separati. La sofferenza umana, i conflitti e la distruzione degli equilibri naturali fanno parte di una stessa ferita. La guerra, osserva il Papa, non si ferma alle vittime e alle città distrutte. Produce una devastazione sociale ed ecologica destinata a durare per generazioni: distrugge ecosistemi, contamina acqua e aria, compromette la sicurezza alimentare, alimenta povertà e disuguaglianze e può generare nuove tensioni e nuovi conflitti. È una prospettiva importante perché ci obbliga a guardare alla guerra anche dal punto di vista ambientale. Siamo abituati a considerare la crisi climatica come qualcosa che riguarda le nostre automobili, le nostre case, i consumi quotidiani, le industrie. Molto meno spesso ricordiamo quanto devastanti siano, per l’ambiente, gli apparati militari, i bombardamenti, la distruzione delle infrastrutture, l’inquinamento prodotto dai conflitti e la ricostruzione di territori devastati. E soprattutto dimentichiamo chela guerra sottrae risorse alla cura della vita. Questa è forse la domanda più politica che emerge dal messaggio di Leone XIV: quante risorse che oggi utilizziamo per prepararci alla guerra potrebbero essere destinate alla lotta contro la povertà, alla sanità, alla scuola, alla ricerca, alla sicurezza alimentare e alla transizione ecologica? Il Papa lo dice esplicitamente quando invita a immaginare un mondo nel quale le energie oggi impiegate nella guerra siano destinate allo sviluppo umano integrale, alla lotta contro la povertà e alla difesa della dignità umana. È l’immagine delle spade trasformate in vomeri:non soltanto smettere di distruggere, ma trasformare ciò che oggi viene impiegato per la distruzione in uno strumento di vita.

C’è un altro passaggio del messaggio che merita particolare attenzione. Leone XIV individua tra le cause profonde dei conflitti e dello sfruttamento del creato «la perdita del senso del limite, il desiderio di dominio, la ricerca di profitto immediato». Sono parole che vanno oltre il semplice ambientalismo. Il problema, infatti, non è soltanto quanto consumiamo, mal’idea di sviluppo sulla quale abbiamo costruito una parte consistente della nostra società. Un modello nel quale la crescita quantitativa viene spesso considerata un valore in sé; nel quale il profitto immediato può prevalere sulla sostenibilità di lungo periodo; nel quale la natura viene considerata soprattutto come una risorsa da utilizzare e non come un sistema del quale siamo parte. Qui il messaggio di Leone XIV si colloca chiaramente nel solco aperto da Papa Francesco conLaudato Si’: la questione ambientale non può essere separata dalla questione sociale. La tutela dell’ambiente non è una concessione che possiamo permetterci quando l’economia va bene. E questo significa anche porre una domanda scomoda:chi paga il costo della nostra idea di sviluppo? Perché gli effetti del degrado ambientale non ricadono nello stesso modo su tutti. A pagare maggiormente sono spesso le popolazioni più povere, i territori più fragili, le persone che hanno meno strumenti per difendersi dagli effetti dell’inquinamento, della crisi climatica e della perdita di risorse. La crisi ecologica è quindi anche una questione di disuguaglianza.

Leone XIV insiste molto sulla necessità di una «conversione del cuore». Secondo il Papa, violenza, ingiustizia e degrado ecologico sono collegati a uno squilibrio più profondo che riguarda la persona umana. Per cambiare il mondo, dunque, non basta cambiare le strutture: occorre anche rinnovare le persone. È una prospettiva profondamente cristiana e coerente con la tradizione sociale della Chiesa. Ma proprio qui si apre una questione che riguarda tutti, credenti e non credenti. Possiamo davvero affidare la trasformazione del mondo soltanto alla conversione individuale? Probabilmente no. Perché se è vero che le scelte collettive sono il risultato delle scelte degli individui, è altrettanto vero che gli individui agiscono all’interno di strutture economiche, politiche e sociali. Non basta chiedere al cittadino di consumare meno se il sistema economico continua a premiare il consumo illimitato. Non basta chiedere comportamenti individuali più sostenibili se continuiamo a costruire città fondate sull’automobile privata, consumiamo nuovo territorio e investiamo insufficientemente nel trasporto pubblico. Non basta invitare le persone alla sobrietà se una parte dell’economia mondiale continua a fondarsi sull’estrazione indiscriminata di risorse e sulla ricerca del profitto immediato. E non basta parlare di pace se le relazioni internazionali continuano a essere dominate dalla logica della potenza. La conversione personale è necessaria.Ma deve diventare anche trasformazione delle strutture. È una distinzione importante, perché impedisce che la questione ecologica venga ridotta a una semplice somma di comportamenti individuali.

Il messaggio del Papa contiene, forse involontariamente, anche una forte domanda politica. Ogni società stabilisce delle priorità attraverso il modo nel quale utilizza le proprie risorse. Spendere per gli armamenti significa scegliere di destinare risorse a una determinata finalità. Spendere per la transizione energetica significa compiere un’altra scelta. Investire nel trasporto pubblico, nella sanità, nella scuola, nella ricerca e nella riqualificazione urbana significa ancora una volta stabilire delle priorità. Per questo la conversione ecologica non può essere soltanto una questione di coscienza individuale. È ancheuna questione di bilanci pubblici, di politiche industriali, di urbanistica, di energia, di fiscalità e di cooperazione internazionale. È politica nel senso più alto del termine: decidere insieme quale società vogliamo costruire. Il passaggio dalle spade ai vomeri può allora essere letto anche in questo modo:spostare risorse dalla distruzione alla costruzione, dalla rendita alla cura, dal consumo senza limite alla sostenibilità, dalla competizione esasperata alla cooperazione.

Il messaggio di Leone XIV si inserisce esplicitamente nel percorso della Chiesa contemporanea sulla cura del creato e richiamaLaudato Si’, l’enciclica con la quale Papa Francesco aveva messo al centro il rapporto tra crisi ambientale, povertà e responsabilità umana. Ma c’è un elemento che in questo messaggio assume una particolare evidenza:il rapporto fra ecologia e pace. Non si tratta soltanto di proteggere una natura esterna all’uomo. Si tratta di riconoscere l’esistenza di un unico tessuto nel quale ambiente, persone, comunità e istituzioni sono profondamente interconnessi. Leone XIV parla significativamente di diversi “ecosistemi” che ci sono stati affidati: quello del creato, quello delle relazioni umane e quello del cuore dell’uomo. È un’immagine efficace perché suggerisce che non possiamo vivere bene in un ambiente devastato, ma nemmeno in una società devastata dalle disuguaglianze, dall’odio e dalla guerra.

Il messaggio si conclude con un’altra immagine molto potente: passare «dal deserto al giardino, dalla divisione alla comunione e dalla violenza alla pace». È una conclusione religiosa, naturalmente. Ma contiene anche una proposta civile che può parlare a chiunque. Il problema del nostro tempo è proprio questo:se siamo capaci di trasformare. Trasformare l’economia senza distruggere il pianeta. Trasformare la tecnologia in uno strumento al servizio della persona. Trasformare le risorse destinate agli armamenti in investimenti per lo sviluppo. Trasformare le città in luoghi nei quali vivere e non soltanto consumare. Trasformare la crescita in benessere. Trasformare il conflitto in dialogo. Trasformare la paura dell’altro nella consapevolezza di appartenere alla stessa comunità umana. Il simbolo delle spade trasformate in vomeri è quindi molto più radicale di quanto possa sembrare. Non ci chiede semplicemente di smettere di fare qualcosa. Ci chiede dicambiare direzione. Ed è forse questa la parte più interessante del messaggio di Leone XIV nella Giornata della Cura del Creato: la crisi ambientale non può essere affrontata soltanto cercando di rendere un po’ meno insostenibile il nostro attuale modello di sviluppo. Occorre domandarsi quale sia la direzione verso cui vogliamo andare. Perché un pianeta più verde ma ancora attraversato dalle guerre, dalla povertà e dalle disuguaglianze non sarebbe davvero un mondo pacificato. E, al contrario, una pace costruita ignorando la distruzione della nostra casa comune sarebbe soltanto una pace incompleta. Forse il vero significato delle parole di Isaia è proprio questo: non basta deporre le armi. Bisogna imparare a trasformare ciò che abbiamo nelle mani in qualcosa capace di generare vita. È una responsabilità spirituale per chi crede. Ma è anche, semplicemente, una responsabilità politica per tutti.

Il messaggio integrale di Papa Leone XIV per l’XI Giornata mondiale di preghiera per la Cura del Creato è disponibile sul sito della Santa Sede.

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