L’emergenza climatica non è soltanto una sfida ambientale. È, sempre di più, una questione sociale, sanitaria e democratica.Ogni ondata di calore, ogni alluvione, ogni evento estremo ci ricorda che il cambiamento climatico non colpisce tutti allo stesso modo. Anzi: allarga le disuguaglianze, perché a pagare il prezzo più alto sono sempre i più poveri, i più fragili, chi ha meno strumenti per difendersi.

Il clima che cambia non produce soltanto più caldo o più pioggia: produce più ingiustizia. Chi vive in una casa ben isolata, con aria condizionata, quartieri verdi, servizi vicini e un reddito stabile può assorbire meglio l’urto. Chi invece abita in alloggi vecchi, sovraffollati o degradati, chi vive in zone con poche alberature e molto cemento, chi non può permettersi bollette più alte o spostamenti agevoli, resta esposto.Il cambiamento climatico si innesta sulle disuguaglianze già esistenti e le rende più profonde.

Il caldo estremo di questi giorni lo mostra con chiarezza. Per molti è un disagio. Per altri è un rischio reale per la salute, quando non un pericolo di morte. Anziani soli, bambini piccoli, persone con patologie croniche, lavoratori esposti all’aperto, famiglie in povertà energetica: sono loro a reggere il peso maggiore. E quando le temperature salgono, non si indebolisce solo il benessere individuale. Si stressano i servizi sanitari, si interrompono attività scolastiche e lavorative, si restringe la vita pubblica, si impoverisce la socialità. L’emergenza climatica entra nei quartieri, nelle case, nei corpi.

Per questoparlare di clima significa parlare di diritti. Il diritto alla salute, prima di tutto. Ma anche il diritto a vivere in città vivibili, con spazi pubblici ombreggiati e accessibili, trasporti efficienti, servizi di prossimità, verde urbano, case sicure e non energivore. La transizione ecologica, se vuole essere credibile, deve essere una transizione giusta. Non può essere un lusso per chi sta meglio. Non può scaricare i costi sui lavoratori, sulle famiglie a basso reddito, su chi già oggi fatica a pagare affitti e bollette.

C’è poi un altro nodo decisivo: la povertà energetica. In un Paese attraversato da ondate di caldo sempre più lunghe e intense, non poter raffrescare la propria abitazione non è un dettaglio, è una forma di vulnerabilità sociale. E quando il costo dell’energia diventa insostenibile, l’adattamento climatico si trasforma in una linea di divisione: chi può proteggersi e chi no. Anche qui si vede il carattere profondamente diseguale della crisi climatica. Non tutti hanno lo stesso margine di difesa.

Servono piani di adattamento climatico seri, finanziati e misurabili. Servono investimenti nell’efficientamento energetico delle case popolari e degli edifici più vecchi, nella rinaturalizzazione delle città, nella creazione di corridoi verdi, nella diffusione di luoghi pubblici freschi e accessibili, nelle reti di assistenza territoriale per anziani e persone fragili. Servono anche tutele per il lavoro: fermare o rimodulare le attività nei momenti di caldo estremo, proteggere chi lavora nei cantieri, nei campi, nei magazzini, nei trasporti, nei servizi esposti.

Maserve soprattutto un cambio di paradigma. Finora abbiamo spesso trattato l’emergenza climatica come un tema tecnico o specialistico. Non lo è. È una grande questione di redistribuzione. Perché chi inquina di meno è spesso chi subisce di più. E chi ha contribuito meno alla crisi è spesso chi ha meno risorse per affrontarla. Questa è l’ingiustizia climatica: una crisi prodotta da unmodello di sviluppo insostenibile che scarica gli effetti peggiori su chi sta in fondo alla scala sociale.

Per questola battaglia climatica deve diventare parte integrante della battaglia contro le disuguaglianze. Non c’è giustizia sociale senza giustizia climatica. E non c’è giustizia climatica se i più deboli vengono lasciati soli davanti al caldo, alla siccità, ai disastri e all’aumento dei costi della vita. La risposta non può essere l’abitudine all’emergenza. Deve essere un grande investimento pubblico nella prevenzione, nella cura, nell’adattamento e nella coesione sociale.

Difendere il clima significa difendere le persone. E difendere le persone significa partire da chi ha meno voce, meno reddito e meno protezioni. Solo così la transizione ecologica potrà essere davvero una transizione di civiltà, e non l’ennesimo fattore di esclusione.

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