In queste ore il maltempo ha colpito duramente il nostro territorio. Nel Bellunese si sono registrati alberi caduti, allagamenti e dissesti; al Passo Staulanza, nel territorio di Borca di Cadore, una frana ha interessato il parcheggio e un tratto della strada verso il rifugio Città di Fiume. Ma la tragedia più drammatica è avvenuta a Latisana, dove una donna di 83 anni di San Michele al Tagliamento è morta dopo essere rimasta intrappolata con la propria automobile in un sottopasso completamente allagato. Sono episodi diversi, ma hanno qualcosa in comune: ci mostrano quanto rapidamente un fenomeno meteorologico estremo possa trasformarsi in un’emergenza per le persone, per le infrastrutture e per il territorio.

Tutto questo non significa che ogni singolo temporale, ogni grandinata o ogni episodio di maltempo sia automaticamente provocato dal cambiamento climatico. Significa però che il riscaldamento globale sta modificando le condizioni nelle quali questi fenomeni si sviluppano e sta aumentando la probabilità e l’intensità di alcuni eventi estremi. Il problema, quindi, non è soltanto quanto aumenterà la temperatura media nei prossimi decenni. Il problema è che dobbiamo prepararci a convivere conpiù eventi estremi, più frequenti e più difficili da gestire.

E il Mediterraneo è uno dei territori nei quali questo cambiamento si sta manifestando con particolare intensità. Il nostro mar Mediterraneo si sta riscaldando più rapidamente della media globale. È diventato uno dei veri e proprihotspotdella crisi climatica. Questo significa che per un Paese come l’Italia il cambiamento climatico non può essere affrontato semplicemente pensando alla riduzione delle emissioni. Ridurre le emissioni è indispensabile, ma non è sufficiente. Dobbiamo contemporaneamenteadattare il nostro territorio al clima che già sta cambiando. Lo abbiamo visto questa estate con le temperature eccezionali. Lo vediamo quando periodi molto caldi vengono improvvisamente interrotti da temporali violentissimi. Lo vediamo nelle città, dove l’asfalto e il cemento amplificano il calore, ma anche nelle montagne, dove precipitazioni intense possono provocare frane, colate di detriti e dissesti. E lo vediamo drammaticamente anche attraverso le conseguenze sulla salute. Il caldo non è soltanto una questione di disagio. È un problema sanitario. L’aumento delle temperature contribuisce all’incremento della mortalità e aggrava numerose patologie, soprattutto tra le persone più fragili. Per questo considero sbagliato continuare a parlare di clima come se fosse esclusivamente una questione ambientale. Il cambiamento climatico riguarda la salute, la sicurezza, l’agricoltura, l’economia, le infrastrutture, la protezione civile e la qualità della vita delle nostre comunità.

Quando arriva un evento estremo, troppo spesso il nostro approccio è quello dell’emergenza: intervenire, mettere in sicurezza, riparare, risarcire i danni e poi aspettare il prossimo evento. È un modello che non possiamo più permetterci. Dobbiamo passare dalla cultura dell’emergenza allacultura della prevenzione e dell’adattamento. Questo significa, innanzitutto, investire nella manutenzione del territorio. Significa rendere più efficiente il sistema di raccolta e smaltimento delle acque meteoriche. Significa intervenire sui corsi d’acqua, sulle aree a rischio idrogeologico, sui versanti montani e sulle infrastrutture più vulnerabili. Significa anche ripensare le nostre città. Una città come Venezia e la sua terraferma deve interrogarsi seriamente su come affrontare contemporaneamente il caldo estremo e le precipitazioni intense. Dobbiamo aumentare il verde urbano, creare più aree permeabili, proteggere e incrementare gli alberi, ridurre le superfici che accumulano calore, migliorare la gestione delle acque piovane. Non possiamo continuare a costruire e impermeabilizzare il territorio come se il clima fosse quello di cinquant’anni fa. E dobbiamo occuparci anche delle persone. Un piano di adattamento climatico deve prevedere sistemi di allerta realmente efficaci, una rete di assistenza per anziani e persone fragili durante le ondate di calore, luoghi climatizzati e accessibili, procedure chiare per affrontare le emergenze. L’adattamento climatico deve diventare una politica sociale oltre che ambientale.

Ma adattarsi non significa rassegnarsi. C’è un equivoco che dobbiamo evitare: pensare che parlare di adattamento significhi rinunciare alla lotta contro il cambiamento climatico. È esattamente il contrario. Dobbiamo fare entrambe le cose:ridurre rapidamente le emissioni e prepararci alle conseguenze del riscaldamento che ormai non possiamo più evitare. E qui entra in gioco la politica. Perché dietro la crisi climatica c’è anche una questione di modello di sviluppo. Non possiamo continuare a consumare risorse naturali, suolo ed energia come se fossero infinite. Non possiamo pensare che la crescita economica debba necessariamente coincidere con un aumento dei consumi e dell’impatto ambientale. Serve un modello diverso: più efficienza energetica, energie rinnovabili, mobilità sostenibile, economia circolare, rigenerazione urbana, tutela del territorio, agricoltura più resiliente. E soprattutto servono investimenti. Perché la prevenzione costa, manon fare prevenzione costa molto di più. Costa in termini economici quando una strada viene distrutta, una casa viene allagata, un’azienda deve fermarsi o un’infrastruttura deve essere ricostruita. Ma costa infinitamente di più quando a pagare sono le persone. La tragedia di Latisana deve farci riflettere anche su questo. Non possiamo considerare normali eventi nei quali una persona perde la vita perché un sottopasso si trasforma in pochi minuti in una trappola d’acqua.

C’è infine un’altra questione che considero decisiva. Non dobbiamo affrontare il cambiamento climatico attraverso la paura, né attraverso il catastrofismo. Dobbiamo affrontarlo attraverso la consapevolezza e la capacità di cambiare. Abbiamo ancora la possibilità di ridurre la dimensione del problema e, soprattutto, di costruire territori più sicuri e comunità più resilienti. Ma dobbiamo smettere di considerare ogni evento estremo come un’eccezione imprevedibile. Il clima è cambiato. E continuerà a cambiare. La politica deve avere il coraggio di dirlo e, soprattutto, di agire di conseguenza. Non basta più chiedersi come ricostruire dopo una frana, come riparare dopo un’alluvione o come affrontare la prossima ondata di calore. Dobbiamo chiedercicome vogliamo trasformare le nostre città, i nostri territori e il nostro modello di sviluppo per essere pronti al clima che ci aspetta.

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