L’analisi della Fondazione GIMBE sulla situazione della sanità pubblica in Italia è pesantissima. E, pur ricordando che il problema del definanziamento del Servizio sanitario nazionale viene da almeno quindici anni di scelte trasversali ai governi,oggi il Governo Meloni ha una responsabilità politica precisa: da quattro anni governa e non ha invertito la rotta.
Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana è scesa al6,2% del PIL, contro il7,1% della media OCSE e dei Paesi europei. L’Italia èultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro capitee 15ª tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE. Il divario con la media europea arriva a36 miliardi di euro.
Ma il dato più politico è un altro:questo Governo continua a raccontare l’aumento nominale delle risorse come se fosse un vero investimento nella sanità. Non basta mettere qualche miliardo in più se, rispetto alla crescita dell’economia e ai bisogni di salute, la quota destinata alla sanità continua a perdere terreno. E mentre si celebrano le risorse stanziate,5,8 milioni di italiani hanno rinunciato nel 2024 a visite o esami diagnostici. Liste d’attesa, pronto soccorso in difficoltà, carenza di medici di famiglia e crescita della spesa privata non sono più episodi isolati: sono i sintomi di un sistema che sta diventando progressivamente meno accessibile. Qui sta la responsabilità del Governo Meloni. Non può più essere sufficiente dire “abbiamo aumentato il Fondo sanitario”.La domanda è:lo avete aumentato abbastanza da garantire il diritto alla salute?I numeri dicono di no.
E c’è una seconda responsabilità, ancora più grave:la scelta delle priorità. Un Governo non dispone di risorse infinite e quindi ogni bilancio racconta una gerarchia politica. Se la sanità pubblica arretra mentre cresce il bisogno di cure, il messaggio implicito è che il diritto alla salute non è più considerato una priorità assoluta. Il rischio è quello di trasformare progressivamente il nostro Servizio sanitario nazionale dauniversalistico a classista: chi ha soldi si rivolge al privato e compra velocemente ciò che gli serve; chi non può permetterselo aspetta mesi oppure rinuncia. È esattamente la deriva denunciata da GIMBE:«chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure». E non vale neppure l’alibi delle Regioni. Certo, le Regioni hanno responsabilità enormi nella gestione dei servizi. Mail finanziamento del SSN e la definizione delle condizioni strutturali del sistema sono responsabilità dello Stato. E senza personale, senza risorse stabili e senza programmazione pluriennale, le Regioni possono soltanto amministrare la scarsità. Lo dimostra anche il capitolo delleCase della Comunità: a due mesi dalla scadenza del 30 giugno 2026, GIMBE segnala che non è ancora disponibile una rendicontazione pubblica documentata sulla piena operatività delle 1.038 Case della Comunità e dei 307 Ospedali di Comunità previsti. Il rischio è costruire strutture senza riuscire a garantire al loro interno personale e servizi adeguati.
La sanità pubblica si difende con le scelte di bilancio. Il Governo Meloni ha davanti la Legge di Bilancio 2027. Può continuare con il solito rito: qualche miliardo annunciato, conferenze stampa, rivendicazioni e poi il problema che rimane. Oppure può riconoscere una realtà ormai evidente:il Servizio sanitario nazionale sta perdendo terreno rispetto all’Europa e il suo progressivo impoverimento sta trasformando un diritto costituzionale in una prestazione sempre più dipendente dal reddito. La Fondazione GIMBE parla di una voragine accumulata in quindici anni e attribuisce responsabilità a governi di diverso colore. Ma proprio per questoMeloni non può più chiamarsi fuori. Dopo quasi quattro anni di governo, non è più credibile raccontare il disastro come l’eredità ricevuta da altri. Il Governo Meloni è ormai parte della storia di questo definanziamento. E la Legge di Bilancio 2027 sarà la prova concreta per capire se intende finalmente cambiare strada o continuare a lasciare che siano i cittadini a pagare il conto.
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