Le Case della Comunità sono uno strumento giusto e condivisibile, manon bastano i muri: servono garanzie vere. Senza una reale integrazione tra medici di medicina generale, pediatri e specialisti ULSS, senza accordi chiari e tutele per chi ci lavora, il rischio è che restino strutture vuote, le solite cattedrali nel deserto.

È questo il punto centrale che emerge con forza anche dal confronto politico e sanitario di questi giorni.Le Case della Comunità sono state pensate come il cuore dell’assistenza di prossimità, presidi territoriali diffusi e accessibili, capaci di prendere in carico i cittadini in modo continuativo, anche nelle versioni hub aperte fino a 24 ore su 24 e 7 giorni su 7. La riforma dell’assistenza territoriale, finanziata con le risorse del PNRR e resa operativa dal DM 77 del maggio 2022 voluto dall’allora ministro Roberto Speranza, nasceva proprio con questo obiettivo: portare la sanità più vicino alle persone, superando la frammentazione e rafforzando la medicina del territorio.

Dentro quella riforma c’era un passaggio decisivo: la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della Comunità doveva essere garantita attraverso un assetto organizzativo da definire con la loro categoria. Sarebbe stata questa la leva per assicurare continuità assistenziale, presenza stabile nelle strutture territoriali e una reale integrazione con gli altri professionisti della sanità pubblica. Non un rapporto precario o volontaristico, dunque, ma un modello pubblico, strutturato e vincolante, capace di dare davvero gambe alla riforma. La caduta del Governo Draghi, però, ha impedito di portare a compimento quell’accordo.

Successivamente quel disegno è stato lasciato a metà, e in alcuni casi persino smontato politicamente. Da una partel’attuale Governo ha rinunciato a governare il cambiamento con coraggio, preferendo arretrare di fronte alle resistenze invece di costruire un compromesso serio e sostenibile; dall’altrala Regione Veneto ha continuato a inseguire i cantieri e gli annunci, senza assumersi fino in fondo la responsabilità di mettere davvero in campo il personale necessario per far funzionare le strutture. Si è pensato che bastasse costruire edifici e aprire sedi, come se la sanità territoriale potesse vivere di muri e inaugurazioni. Ma delle Case della Comunità senza medici, senza infermieri, senza pediatri, senza specialisti e senza un’organizzazione certa resta poco più di una facciata.

I numeri veneti raccontano una realtà allarmante: le Case di Comunità previste sono 101, ma solo 3 risultano complete e operative con tutti i servizi; 71 hanno attivato almeno un servizio; la presenza medica è ferma al 10% e quella infermieristica al 27%. La scadenza del 30 giugno pesa come una minaccia concreta, perché da essa dipende non solo la tenuta dei finanziamenti, ma la credibilità stessa dell’intera operazione. Siamo di fronte a una situazione che denuncia con chiarezza il fallimento di una programmazione incapace di tenere insieme infrastrutture, personale e organizzazione dei servizi.

Qui sta l’errore politico e amministrativo più grave: aver immaginato che una riforma così profonda potesse essere imposta dall’alto, senza costruire prima le condizioni materiali e contrattuali per renderla davvero operativa.Sul DM 77 esisteva un consenso ampio, ma la fase decisiva è stata gestita male dal Governo Meloniproprio perché non si è voluto coinvolgere seriamente la medicina generale. Serviva cercare un accordo con i medici di famiglia, le Regioni e l’Ordine, costruendo un percorso condiviso e graduale; invece si è scelto lo scontro, salvo poi fare marcia indietro. È la prova di una debolezza politica che oggi ricade interamente sui cittadini e sui territori.

La conseguenza è sotto gli occhi di tutti:il rischio di trasformare una riforma necessaria in una scatola vuota. Le Case della Comunità non possono essere valutate dal numero di cantieri aperti o di edifici inaugurati, ma dalla loro capacità di garantire presa in carico, prevenzione, continuità assistenziale e accesso reale ai servizi. Senza medici di medicina generale stabilmente presenti, senza pediatri, specialisti ULSS, infermieri e professionisti integrati in un lavoro stabile e regolato, il progetto perde la sua ragione d’essere. Né può accadere, come in alcune ULSS della Regione sta già avvenendo, che si tolgano medici dalle strutture ospedaliere per coprire il fabbisogno delle Case della comunità, nei fatti depotenziando gli ospedali.

La proposta, allora, deve essere netta:difendere le Case della Comunità come scelta strategica, ma pretendere subito un impianto serio digovernance, personale e contrattazione. Servono accordi trasparenti, presenza professionale certa, integrazione operativa tra territorio e servizi ULSS, e tutele vere per chi lavora dentro queste strutture. Solo così la sanità territoriale potrà tornare ad essere un diritto concreto per i cittadini.

Di fronte a questo quadro, una domanda riguarda direttamente anche il nuovo sindaco di Venezia, Simone Venturini. La legge attribuisce infatti al sindaco un ruolo preciso di tutela e promozione della salute della comunità locale, che si esercita anche attraverso la partecipazione alla Conferenza dei Sindaci dell’ULSS.

Sarebbe utile sapere se, negli ultimi anni, il Comune di Venezia abbia mai sollevato in quella sede le criticità oggi evidenti. E, soprattutto,sarebbe importante conoscere quale posizione intenda assumere il nuovo sindaco. Se queste questioni non sono già state affrontate con la necessaria determinazione, Venturini è disposto a portarle con forza in Conferenza dei Sindaci, chiedendo alla Regione Veneto garanzie precise sul personale, sull’organizzazione dei servizi e sul futuro della sanità territoriale?

Perché la vera sfida non è inaugurare edifici o rispettare formalmente le scadenze del PNRR. La vera sfida è garantire ai cittadini una sanità di prossimità che funzioni davvero. Ed è una responsabilità che chi amministra il territorio non può delegare ad altri.

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