Il mercato del lavoro veneto manda un segnale che non può essere sottovalutato. Non solo la crescita dell’occupazione rallenta, ma si rafforza un modello che continua a puntare soprattutto su contratti a termine e settori nei quali il lavoro è spesso caratterizzato da bassa qualificazione, discontinuità e scarse prospettive di crescita professionale. I dati relativi a settembre 2026, raccontano una regione che crea ancora posti di lavoro, ma che fatica sempre di più a trasformare questa dinamica in occupazione stabile e di qualità. Nei primi nove mesi del 2026 il saldo occupazionale del lavoro dipendente privato è positivo per 62.800 posizioni, ma è inferiore alle 66.400 dello stesso periodo del 2025. Le assunzioni sono state quasi 499.000, appena il 2% in più rispetto all’anno precedente, mentre le cessazioni sono cresciute del 3%, arrivando a 436.000. Il dato di settembre è ancora più preoccupante: il saldo è negativo per 9.200 posizioni, contro le 2.400 perse nello stesso mese del 2025. Una parte di questo peggioramento è legata alla stagionalità agricola e a cambiamenti nella distribuzione temporale dei contratti, ma il quadro complessivo conferma un indebolimento della dinamica occupazionale.
Per capire davvero che cosa sta succedendo bisogna guardare anche a quali contratti vengono attivati e in quali settori si concentra la crescita.
Il tempo indeterminato perde terreno.Nei primi nove mesi dell’anno il saldo delle posizioni a tempo indeterminato è positivo per 15.000 unità, ma nel 2025 era stato pari a 20.500. Le assunzioni stabili diminuiscono del 3% e le trasformazioni verso il tempo indeterminato calano del 5%. Al contrario, il saldo del tempo determinato raggiunge quota 49.900 posizioni, in aumento rispetto alle 48.200 dello scorso anno. Il dato è eloquente: il saldo complessivo del lavoro dipendente privato è positivo, ma il contributo del tempo indeterminato si riduce sensibilmente e la componente a termine continua a rappresentare la parte largamente prevalente della crescita. Non significa che ogni contratto a tempo determinato sia necessariamente precario o di bassa qualità, ma indica una tendenza che dovrebbe preoccupare: la ripresa occupazionale si traduce troppo poco in stabilità. La qualità del lavoro, infatti, non si misura soltanto contando le assunzioni. Conta la possibilità di costruire un progetto di vita, ottenere un reddito adeguato e continuativo, acquisire competenze, migliorare la propria posizione professionale. Un mercato che moltiplica i rapporti di lavoro brevi e fatica a consolidarli offre meno sicurezza alle persone e rende più difficile, soprattutto per i giovani, programmare il proprio futuro.
Anche la composizione settoriale della crescita solleva interrogativi.I servizi continuano a trainare l’occupazione regionale, con risultati positivi nel turismo, nel commercio al dettaglio e nella logistica. Sono comparti importanti per l’economia veneta e per migliaia di lavoratrici e lavoratori, ma una crescita concentrata in queste attività non è automaticamente sinonimo di sviluppo qualificato. In particolare, turismo e logistica presentano spesso una forte incidenza di mansioni esecutive, ritmi di lavoro intensi, orari discontinui e fabbisogni occupazionali legati alle stagioni o ai picchi della domanda. In molte di queste attività le opportunità di crescita professionale e di valorizzazione delle competenze restano limitate. È una realtà che riguarda una parte consistente del lavoro nei servizi e che non può essere nascosta dietro il dato positivo delle assunzioni.
Non possiamo accontentarci di un’economia che crea occupazione se non è in grado di creare abbastanza lavoro stabile, qualificato e capace di garantire prospettive migliori. Un territorio può registrare migliaia di nuovi rapporti di lavoro e, allo stesso tempo, continuare a offrire a una parte delle persone occupate condizioni di debolezza contrattuale e scarse possibilità di miglioramento.
L’industria, considerando anche le costruzioni, registra un saldo positivo di 7.800 posizioni, inferiore alle 9.400 del 2025. Il rallentamento è particolarmente evidente nell’edilizia, dove il saldo passa da 4.500 a 2.300 posizioni e le assunzioni diminuiscono dell’8%. Nel manifatturiero emergono segnali differenti: il metalmeccanico tiene, alcuni comparti del made in Italy migliorano, mentre altri continuano a mostrare risultati più deboli. Sono dinamiche che confermano quanto sia necessario sostenere una trasformazione produttiva capace di valorizzare competenze, innovazione e qualità del lavoro, invece di affidare la crescita soprattutto all’espansione dei servizi a più bassa qualificazione.
Anche nel Veneziano il quadro merita attenzione. Nei primi nove mesi del 2026 il saldo occupazionale è pari a 23.479 posizioni, sostanzialmente in linea con le 23.291 dello stesso periodo del 2025. Le assunzioni aumentano da 132.259 a 141.996, ma il dato risente anche di rapporti di breve durata, compresi quelli legati alle produzioni cinematografiche. Un esempio che invita alla prudenza: più assunzioni non significano necessariamente più occupazione stabile e continuativa. Il saldo fortemente negativo di settembre, pari a 14.996 posizioni, va letto tenendo conto delle dinamiche stagionali, ma non cancella la necessità di interrogarsi sulla solidità del modello occupazionale del territorio.
L’indebolimento del tempo indeterminato e il peso dei settori che trainano la crescita indicano una questione politica che non può essere elusa.
Il Veneto ha bisogno di andare oltre la logica secondo cui qualsiasi aumento dell’occupazione è, di per sé, un successo. Servono politiche industriali capaci di rafforzare le filiere produttive e l’innovazione; investimenti nella formazione e nell’aggiornamento professionale; contrattazione e controlli efficaci per contrastare il lavoro povero; strumenti che favoriscano la stabilizzazione dei rapporti di lavoro e la crescita delle competenze. Nei settori del turismo e della logistica, in particolare, è necessario promuovere un modello che non scarichi sulle lavoratrici e sui lavoratori il costo della stagionalità, della frammentazione degli appalti e della competizione basata sulla riduzione dei costi. La sfida non è soltanto creare più posti di lavoro, ma creare le condizioni perché quei posti consentano alle persone di vivere dignitosamente, acquisire competenze e guardare al futuro con maggiore sicurezza.
Un’economia che cresce soprattutto attraverso contratti a termine e lavori poco qualificati rischia di produrre occupazione senza progresso sociale.E una regione che vuole continuare a essere competitiva non può accontentarsi di contare quanti lavorano: deve interrogarsi su come lavorano, quanto sono tutelati e quali opportunità offre loro il lavoro che trovano.
