Il nuovo report UNICEF sul lavoro minorile in Italia, presentato qualche giorno fa, costringe a guardare in faccia una realtà che non può essere ridotta a episodio isolato o a semplice “esperienza formativa”. I numeri dicono chetra il 2020 e il 2025 i lavoratori tra i 15 e i 17 anni sono passati da 35.505 a 81.565: più del doppio in cinque anni. La quota sul totale dei residenti nella stessa fascia d’età è salita dal 2,08% al 4,67%.

Questo è il segnale di una presenza crescente degli adolescenti nel mercato del lavoro, in un Paese che continua a faticare nel coniugare formazione, diritti e sicurezza. Il report segnala che il fenomeno ha avuto un’accelerazione dopo il 2021, con il peso maggiore concentrato nel settore agricolo.

La questione più grave riguarda però la sicurezza. Nel 2024 le denunce di infortunio dei lavoratori 15-17 anni sono state 18.617, con un tasso nazionale del 22,79%. In altre parole,un giovane lavoratore su quattro è finito dentro una denuncia di infortunio. È un livello che dovrebbe imporre una riflessione radicale sulle condizioni reali in cui lavorano ragazze e ragazzi.

Il Veneto è uno dei territori più esposti,in quanto regione ad alta intensità di lavoro minorile e di rischio infortuni. Nel 2025 i minorenni lavoratori con età compresa tra i 15 e i 17 anni sono stati 8.256; nel 2024 erano 8.290, quindi la presenza resta sostanzialmente stabile, ma su livelli molto alti. La quota regionale è pari al 5,74% della popolazione 15-17 anni, dato che collocail Veneto tra le regioni con maggiore incidenza di occupazione minorile.

Ancora più significativo è il capitolo infortuni.Nel quinquennio 2020-2024 il Veneto conta 8.564 denunce di infortunio tra i 15-17enni, pari al 12,10% del totale nazionale. Nel solo 2024 il tasso regionale di denunce arriva al 27,35%, nettamente sopra la media italiana del 22,79%.

Il Veneto è anche tra le prime regioni per infortuni degli studenti: nel 2025 le denunce arrivano a 10.097, secondo solo alla Lombardia e davanti a Emilia-Romagna e Piemonte. Questo dato va letto con attenzione perché il report lega l’aumento anche al ripristino della piena operatività dei percorsi scuola-lavoro. Anche se non tutti questi eventi sono collegati ai PCTO, il dato conferma lanecessità di rafforzare la cultura della sicurezza nei percorsi formativi e nelle esperienze di lavoro degli studenti.

Il punto centrale è cheil lavoro può essere parte di un percorso di crescita solo se è davvero compatibile con il diritto allo studio, con la salute e con lo sviluppo dei ragazzi. UNICEF insiste su un punto decisivo: le misure di sicurezza pensate per una forza lavoro adulta non sono automaticamente applicabili ai minorenni, che hanno minore esperienza e maggiore vulnerabilità. Per questo il report rilancia l’idea di un Documento di Valutazione dei Rischi specifico per il lavoro minorile.

Nel quadro nazionale, la pressione del fenomeno è evidente anche nel mondo scolastico. Nel 2025 le denunce di infortunio degli studenti arrivano a 80.871, con una crescita del 3,84% rispetto all’anno precedente. Le denunce in itinere aumentano ancora del 8,45%. Anche qui il Veneto resta dentro il gruppo delle regioni più coinvolte, e in alcuni casi registra dinamiche di crescita particolarmente marcate nelle attività scolastiche, pur con una riduzione degli eventi in itinere nel 2025.

Il dato più scomodo è cheil lavoro minorile cresce soprattutto nei territori a più forte densità produttiva e manifatturiera, cioè dove il mercato del lavoro è più dinamico ma anche più esigente. In questo senso il Veneto non fa eccezione: il problema non è solo quanti minorenni lavorano, ma in quali condizioni, con quali tutele, dentro quali filiere e con quale livello di prevenzione.

Il report mostra anche una distribuzione di genere persistente: tra i lavoratori under 19 prevalgono i maschi, e la stessa tendenza si conferma nelle denunce di infortunio. Questo indica che il tema del lavoro minorile si intreccia con la polarizzazione precoce dei percorsi scolastici e professionali.

La risposta necessaria di fronte a tutto questo non può essere moralistica né meramente repressiva.Serve una strategia pubblica che tenga insieme quattro elementi: vigilanza, prevenzione, qualità dei percorsi formativi e responsabilità delle imprese.

In Italia, dunque, il lavoro minorile non è più un residuo del passato. In Veneto, ancora meno. È un segnale di un equilibrio sociale che si sta spostando troppo presto sul versante del lavoro, spesso senza adeguate garanzie.Se la politica vuole davvero parlare di futuro, deve partire da qui: dal diritto degli adolescenti a non essere esposti a un ingresso precoce e insicuro nel mercato del lavoro.

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