C’è una fotografia del nostro tempo che dovrebbe farci riflettere più di molte dichiarazioni sull’intelligenza artificiale e sulle magnifiche sorti della rivoluzione digitale. È quella di un lavoratore di 59 anni, con alle spalle 25 anni di lavoro nella stessa azienda, che si ritrova licenziato e che chiede una cosa semplice: nella valutazione delle persone vengano considerate anche le responsabilità familiari, la condizione di chi ha un figlio disabile, la fragilità di una famiglia. Il caso raccontato in questi giorni dalla stampa riguarda Giovanni B., programmatore mestrino, dipendente di SAS Institute, una società americana che ha avviato una procedura di licenziamento collettivo per 300 persone. Tra i lavoratori coinvolti ci sono anche alcuni dipendenti della sede di Mestre. L’azienda parla di una riorganizzazione del lavoro legata alla trasformazione digitale, all’introduzione dell’intelligenza artificiale e alla necessità di rendere più efficienti i processi. Tutti concetti già incontrati nel caso InvestCloud di Marghera, dove 37 lavoratori altamente qualificati si sono trovati a fare i conti con una ristrutturazione nella quale l’intelligenza artificiale è stata indicata esplicitamente come elemento della trasformazione. La questione non riguarda semplicemente le macchine che sostituiscono le persone. Riguarda il modo in cui il potere economico decide di organizzare il lavoro, distribuire i profitti e scaricare i costi della trasformazione sui lavoratori e sui territori. Sarebbe sbagliato affrontare questa discussione con un atteggiamento pregiudizialmente ostile alla tecnologia. L’intelligenza artificiale può migliorare i processi produttivi, ridurre le attività ripetitive, aiutare i lavoratori, aumentare la sicurezza e aprire nuove opportunità professionali. Il punto è che non possiamo accettare l’idea che ogni innovazione sia automaticamente positiva soltanto perché aumenta l’efficienza o riduce i costi. Un’impresa può diventare più produttiva e, contemporaneamente, produrre più precarietà, più disuguaglianze e più insicurezza sociale. Nel caso InvestCloud avevamo sottolineato come l’intelligenza artificiale potesse diventare una leva di centralizzazione, capace di svuotare sedi e territori. Anche il caso SAS Institute ci interroga sullo stesso tema: chi decide come viene introdotta la tecnologia? Con quali tempi? Con quali strumenti di formazione? Con quali garanzie per chi rischia di perdere il posto di lavoro?

La vicenda di Giovanni B. aggiunge una dimensione che non possiamo ignorare. Un lavoratore non è soltanto una professionalità, un costo aziendale, un numero in una lista di esuberi. È una persona. Ha una storia, una famiglia, delle responsabilità, dei progetti e spesso anche delle fragilità che non possono essere cancellate da una riorganizzazione aziendale. Non significa che le imprese debbano essere obbligate a mantenere ogni posto di lavoro indipendentemente dalle condizioni economiche. Significa che il lavoro non può essere considerato una merce qualsiasi, da spostare o eliminare senza valutare le conseguenze umane e sociali. Il caso di questo lavoratore mestrino ci ricorda proprio questo: esistono condizioni personali e familiari che devono essere considerate quando si affrontano processi di ristrutturazione e licenziamento collettivo. La tutela della persona non può essere affidata soltanto alla sensibilità del singolo dirigente o alla disponibilità dell’azienda. Deve essere una responsabilità collettiva, sostenuta dalle istituzioni, dalla contrattazione e dalle regole del lavoro.

È qui che la riflessione di Papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica Humanitas, assume un significato che va ben oltre il mondo cattolico. L’enciclica del Pontefice, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, pone una questione fondamentale: quale posto vogliamo assegnare all’essere umano in una società nella quale la tecnologia assume un potere sempre più grande? La risposta non può essere che la persona venga messa al servizio della macchina, dell’algoritmo o del profitto. L’intelligenza artificiale deve essere uno strumento al servizio dell’umanità, non un criterio assoluto per decidere chi serve e chi non serve più, chi merita un’opportunità e chi può essere lasciato indietro. È una prospettiva che richiama la migliore tradizione della dottrina sociale della Chiesa: la dignità del lavoro, il valore della persona, la responsabilità dell’impresa, la solidarietà e il bene comune. E proprio per questo è una riflessione che dovrebbe interessare tutte le forze politiche e sindacali che hanno a cuore la giustizia sociale. Perché se la tecnologia viene utilizzata soltanto per aumentare i profitti e ridurre il costo del lavoro, senza redistribuire i benefici e senza proteggere chi paga il prezzo della trasformazione, allora non siamo davanti a un progresso condiviso. Siamo davanti a una nuova forma di disuguaglianza.

Serve una politica industriale per l’epoca dell’intelligenza artificiale. Servono imprese che investano nella formazione dei propri dipendenti, anziché considerare la riqualificazione un costo da evitare. Servono percorsi di transizione che consentano ai lavoratori di acquisire nuove competenze prima che la trasformazione li espella dal mercato. Serve una contrattazione collettiva capace di intervenire sulle modalità di introduzione dell’intelligenza artificiale e sulle sue conseguenze occupazionali. E serve un ruolo più forte delle istituzioni pubbliche. Quando un’azienda annuncia una ristrutturazione che coinvolge centinaia di lavoratori, non può essere lasciata sola la contrattazione tra impresa e sindacato, per quanto fondamentale essa sia. Le istituzioni devono verificare che esistano alternative, che siano stati valutati percorsi di ricollocazione e formazione, che le persone più fragili non vengano semplicemente abbandonate. La transizione digitale deve diventare una priorità della politica industriale italiana ed europea. Non possiamo chiedere alle imprese di innovare e poi lasciare che i costi sociali dell’innovazione ricadano interamente sui lavoratori, sulle famiglie e sui territori.

La domanda che arriva dal caso di Mestre, dopo quello di Marghera, è molto semplice: vogliamo una società nella quale l’intelligenza artificiale serva a migliorare la vita delle persone oppure una società nella quale le persone debbano adattarsi continuamente alle esigenze dell’algoritmo e del profitto? Possiamo usare l’intelligenza artificiale per liberare tempo, migliorare le condizioni di lavoro, ridurre le disuguaglianze e creare nuove opportunità. Oppure possiamo usarla per concentrare ricchezza e potere, ridurre l’occupazione e rendere più deboli i lavoratori. Non è una questione tecnica. È una questione politica.

E non possiamo dimenticare che dietro ogni posto di lavoro perso c’è una persona, una famiglia, una storia. Giovanni B. ci ricorda che il lavoro non è soltanto un rapporto economico tra un’impresa e un dipendente. È una parte fondamentale della dignità umana e della coesione sociale. Per questo, quando parliamo di intelligenza artificiale, dobbiamo avere il coraggio di porre la domanda più importante:  che cosa possiamo fare perché il progresso migliori la vita di tutti, e non soltanto i bilanci di pochi? È questa la sfida che abbiamo davanti.

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