Ci sono numeri che non possono essere archiviati come semplici statistiche. Nei primi otto mesi del 2026, secondo i dati diffusi dall’INAIL, le denunce complessive di infortunio sono state 404.809, il 5,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. Le denunce con esito mortale sono state 701, contro le 681 dell’anno precedente. Dietro ogni numero c’è una persona, una famiglia, una comunità che deve fare i conti con una perdita irreparabile. E c’è una domanda che la politica non può evitare:quanto stiamo investendo davvero per impedire che il lavoro diventi causa di morte, invalidità o malattia?
Il quadro nazionale deve essere letto anche alla luce dellasituazione del Veneto, una regione caratterizzata da una forte presenza manifatturiera, da una rete diffusa di piccole e medie imprese, da importanti attività logistiche, agricole ed edilizie. In un sistema produttivo così articolato, la tutela della salute e della sicurezza deve essere parte integrante delle politiche di sviluppo. I dati INAIL relativi ai primi otto mesi del 2026 registrano in Veneto una diminuzione di cinque denunce di infortunio mortale avvenuto in occasione di lavoro rispetto allo stesso periodo del 2025. È un segnale da considerare, ma non basta per concludere che il problema sia risolto. Un ulteriore elemento di analisi arriva dal monitoraggio della Regione del Veneto. Il bollettino regionale sugli infortuni mortali e gravi segnala23 infortuni mortali collegati all’attività lavorativa fino ad agosto 2026. La questione politica non può esaurirsi nel confronto tra un anno e l’altro. Occorre chiedersi se il sistema regionale di prevenzione disponga di risorse, personale e capacità di intervento adeguati alla dimensione del sistema produttivo veneto. Gli SPISAL delle ULSS svolgono una funzione decisiva nella vigilanza, nelle indagini e nella prevenzione: rafforzarli significa investire nella possibilità di individuare tempestivamente i rischi e impedire che si trasformino in tragedie. Sarebbe inoltre utile rafforzare i piani mirati di prevenzione nei comparti più esposti, coinvolgendo imprese, organizzazioni sindacali, rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza e servizi territoriali.In Veneto, come nel resto del Paese, la sicurezza non può essere affidata soltanto alla responsabilità individuale del lavoratore o alla buona volontà delle singole imprese. Servono regole rispettate, controlli efficaci, formazione adeguata e una responsabilità pubblica capace di accompagnare lo sviluppo economico senza lasciare indietro la tutela delle persone. Il lavoro è una risorsa fondamentale per il Veneto. Proprio per questo, la sua qualità deve essere misurata anche dalla capacità di proteggere la vita e la salute di chi lo svolge.
La sicurezza sul lavoro non è un costo accessorio, né un adempimento burocratico da assolvere per evitare sanzioni. È un diritto fondamentale della persona e una responsabilità precisa di chi organizza il lavoro, delle imprese e delle istituzioni chiamate a garantire il rispetto delle regole. Quando i tempi di produzione si comprimono, gli organici sono insufficienti, la formazione è inadeguata o il sistema degli appalti rende difficile individuare le responsabilità, il rischio è che la sicurezza finisca in secondo piano. Per questo occorre rafforzare i controlli, garantire personale e risorse adeguati agli organismi ispettivi, migliorare il coordinamento tra gli enti competenti e assicurare una formazione effettiva, specifica e continua. La prevenzione deve raggiungere soprattutto i contesti in cui il rischio è maggiore, comprese le filiere degli appalti e dei subappalti, dove è indispensabile verificare che le responsabilità non si disperdano lungo la catena contrattuale.
L’11 ottobre, in occasione della Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, l’ANMIL, l’Associazione dei lavoratori mutilati e invalidi del lavoro, ha rilanciato larichiesta di introdurre il reato autonomo di omicidio sul lavoroe di istituire una Procura nazionale specializzata. La proposta di legge, presentata il 19 marzo 2026, è stata assegnata alla Commissione Giustizia della Camera il 15 giugno, ma l’esame del provvedimento non è ancora iniziato. È un confronto che merita attenzione e serietà. Le responsabilità penali devono essere accertate sulla base delle prove e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento. Allo stesso tempo, quando una morte è collegata alla violazione delle norme di sicurezza, la giustizia deve poter contare su indagini tempestive, competenze specialistiche e strumenti adeguati. La discussione sulle nuove fattispecie di reato, tuttavia, non può sostituire quella sulla prevenzione.Punire chi ha violato la legge è necessario; evitare che quella violazione produca una vittima deve essere l’obiettivo prioritario.
Il Governo e le istituzioni dispongono già di strumenti e programmi per intervenire sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Nel maggio 2026 è stata approvata in Conferenza Stato-Regioni la Strategia nazionale per la salute e la sicurezza sul lavoro 2026-2030. La questione decisiva è tradurre gli obiettivi in risultati misurabili, verificando che le risorse siano effettivamente utilizzate e che gli interventi producano miglioramenti concreti. Non finiremo mai di dirlo: servono più controlli mirati, tempi certi per gli interventi correttivi, formazione di qualità, tutela reale per chi segnala condizioni pericolose e un sistema informativo capace di individuare le attività e i territori maggiormente esposti. Servono inoltre verifiche periodiche sull’efficacia delle misure adottate, non soltanto sul numero di iniziative realizzate. La sicurezza deve essere parte integrante delle politiche industriali, degli investimenti pubblici e delle scelte che riguardano il mercato del lavoro.Non può esserci sviluppo se la crescita economica scarica sui lavoratori il prezzo dell’insicurezza. E non può esserci piena dignità del lavoro se chi entra in una fabbrica, in un cantiere, in un magazzino o in un campo non ha la certezza di poter tornare a casa. La Repubblica riconosce il lavoro come uno dei fondamenti della propria convivenza democratica. Tutelarlo significa anche garantire che non si debba rischiare la vita per esercitare un diritto. La misura dell’impegno delle istituzioni non sarà data dalle parole pronunciate nelle giornate commemorative, ma dalla capacità di ridurre gli infortuni, prevenire le malattie professionali e impedire nuove morti.La sicurezza non deve essere un privilegio e la vita di chi lavora non può essere il prezzo da pagare per produrre.
