Quando si parla di consumo di suolo, il primo passo è distinguere le valutazioni politiche dai dati scientifici. Per farlo, uno dei riferimenti più importanti è l’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, un ente pubblico nazionale di ricerca sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Ambiente, che svolge attività di monitoraggio e ricerca a supporto delle politiche ambientali. ISPRA coordina il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente (SNPA), costituito insieme alle Agenzie regionali e delle Province autonome per la protezione ambientale. Il rapporto sul consumo di suolo viene realizzato attraverso una rete di competenze tecniche e scientifiche che coinvolge l’istituto nazionale e le agenzie territoriali. Il metodo utilizzato si basa sull’analisi e sul confronto di immagini aeree e satellitari, comprese quelle del programma europeo Copernicus, sulla fotointerpretazione e sulla produzione di cartografie aggiornate annualmente. Le trasformazioni vengono classificate secondo criteri omogenei, consentendo di individuare le nuove superfici artificiali, distinguere le diverse forme di consumo e registrare gli eventuali ripristini. Non si tratta, quindi, di stime elaborate sulla base delle impressioni di un osservatore o di dichiarazioni di parte, ma di un sistema di monitoraggio nazionale fondato su dati territoriali verificabili e su una metodologia condivisa. Il rapporto 2026 costituisce la tredicesima edizione di questa attività di monitoraggio. La solidità del metodo e la trasparenza dei dati rendono il rapporto una base autorevole per discutere le scelte urbanistiche e le responsabilità delle amministrazioni.
I dati del rapporto 2026 sono inequivocabili: nel 2025, in Italia, sono stati trasformati in superfici artificiali 102,4 chilometri quadrati di territorio naturale o agricolo. Si tratta di un incremento del 22,4% rispetto al 2024. Tradotto in termini più immediati, abbiamo consumato suolo al ritmo di 3,2 metri quadrati al secondo, oltre 280.000 metri quadrati al giorno. Nello stesso periodo sono stati recuperati 7,5 chilometri quadrati di superfici, ma il ripristino non è sufficiente a compensare le nuove trasformazioni. Il consumo netto ha raggiunto così i 95 chilometri quadrati: il valore più alto dal 2012. Oggi le superfici artificiali occupano oltre 21.600 chilometri quadrati, pari al 7,19% del territorio nazionale. La media europea si ferma al 4,4%. Il confronto è significativo: l’Italia ha già artificializzato una quota di territorio nettamente superiore alla media europea e continua a consumarne altro. Non siamo di fronte a un fenomeno marginale, né a una questione che riguarda esclusivamente alcune grandi città. Dal 2006, il 96% dei Comuni italiani ha registrato un aumento del suolo consumato. Continuiamo a trasformare terreno agricolo e naturale mentre le città dispongono già di edifici inutilizzati, aree dismesse e spazi che potrebbero essere recuperati. Il rapporto non dimostra che ogni nuova trasformazione sia inutile o ingiustificata. Dimostra, però, che il modello attuale non sta contenendo efficacemente il fenomeno.
Se il quadro nazionale è preoccupante, quello veneto lo è ancora di più. Il Veneto è la seconda regione italiana per percentuale di suolo consumato:l’11,87% del territorio regionale è ormai occupato da superfici artificiali, contro una media nazionale del 7,19%. Soltanto la Lombardia presenta una percentuale superiore. Nel corso del 2025, inoltre, il Veneto ha registrato altri 584 ettari di consumo di suolo, circa il 20% in meno rispetto al periodo precedente. È un dato positivo e sarebbe sbagliato non riconoscerlo ma non deve far dimenticare la condizione complessiva del territorio regionale. Il rallentamento dell’ultimo anno non cancella quindi una storia di trasformazioni profonde, che ha interessato soprattutto le aree di pianura e i territori maggiormente urbanizzati. Il Veneto continua a essere una delle regioni italiane con la più elevata quota di territorio artificializzato a causa di un modello che ha progressivamente ridotto la continuità degli spazi agricoli e naturali. Il problema non è demonizzare le attività produttive, le infrastrutture o la necessità di realizzare nuove abitazioni. Il problema è stabilire se ogni nuova trasformazione sia davvero necessaria e se non esistano alternative meno impattanti. Un territorio già fortemente artificializzato dovrebbe essere il primo a investire nel recupero dell’esistente, nella rigenerazione urbana e nella riqualificazione delle aree produttive dismesse. Eppure il consumo continua. Non possiamo considerare il suolo una risorsa inesauribile, disponibile ogni volta che emerge una nuova esigenza edificatoria. Il terreno permeabile svolge funzioni essenziali per l’assorbimento dell’acqua piovana, la regolazione delle temperature, la biodiversità e la produzione agricola. La sua perdita, soprattutto in una regione di pianura attraversata da fiumi e caratterizzata da un territorio fragile, ha conseguenze che vanno ben oltre l’aspetto paesaggistico. Per questo la tutela del suolo deve diventare una componente strutturale delle politiche urbanistiche, ambientali ed economiche del Veneto.
Il dato che riguarda direttamente Venezia merita un’attenzione particolare. Secondo il rapporto ISPRA, tra il 2024 e il 2025 il Comune di Venezia ha registrato33,4 ettari di nuovo consumo di suolo, pari a circa 334.000 metri quadrati, contro i 65,18 ettari del periodo precedente. L’incremento percentuale annuo è passato dallo 0,91% allo 0,47%, mentre la densità del consumo è scesa da 31,19 a 16 metri quadrati per ettaro. In sostanza, il consumo annuale si è praticamente dimezzato. È un miglioramento concreto, che va riconosciuto senza forzature interpretative. Rimane però un dato significativo: 33,4 ettari in un anno equivalgono a circa 47 campi da calcio. Inoltre, Venezia continua a collocarsi tra i capoluoghi con gli incrementi più elevati. Il rallentamento non significa dunque che il problema sia superato, né che si sia già affermato un modello di sviluppo fondato sul consumo zero di nuovo suolo. Un Comune che vive in un territorio così fragile non può continuare a considerare il consumo di suolo una semplice variabile delle scelte urbanistiche. Venezia è esposta agli effetti dei cambiamenti climatici e deve affrontare problemi complessi di gestione delle acque, temperature urbane, impermeabilizzazione e tutela degli ecosistemi. In questo contesto, ogni trasformazione dovrebbe essere valutata anche per le sue conseguenze sul funzionamento complessivo del territorio. La domanda non è soltanto quanti metri quadrati vengono trasformati, ma quali benefici pubblici producano queste trasformazioni, quali alternative siano state considerate e quali costi ambientali ricadano sulla collettività. Per una città come Venezia, il bilancio di un intervento non può fermarsi al valore economico dell’investimento o alle opere realizzate. Deve comprendere anche gli effetti sulla sicurezza ambientale, sulla qualità della vita e sulla capacità del territorio di affrontare gli eventi climatici estremi.
Il rapporto ISPRA non si limita a fotografare il problema. Individua anche un’opportunità: recuperare superfici già compromesse e restituire spazio alla natura. A livello nazionale sono stati individuati oltre 212.000 ettari potenzialmente interessanti per interventi di ripristino, di cui più di 35.000 a prevalente proprietà o gestione pubblica. A questi si aggiungono le superfici urbane sulle quali è possibile valutare un incremento della copertura arborea. Non significa che tutte queste aree siano immediatamente disponibili o che possano essere trasformate automaticamente in parchi. Si tratta di un potenziale da verificare caso per caso, attraverso la pianificazione e la valutazione delle caratteristiche dei singoli siti. È però un’indicazione importante: esistono alternative alla continua espansione delle superfici artificiali. La rigenerazione delle aree dismesse, il recupero degli edifici inutilizzati, la depavimentazione degli spazi non più necessari e la creazione di nuove infrastrutture verdi possono contribuire a migliorare la qualità urbana e a ridurre la vulnerabilità climatica. Non si tratta di contrapporre ambiente e sviluppo. Si tratta di scegliere quale sviluppo vogliamo. Un modello che consuma continuamente nuovo territorio rischia di compromettere risorse indispensabili per il futuro. Un modello fondato sulla rigenerazione può invece creare opportunità economiche, qualificare il lavoro, migliorare gli spazi pubblici e rendere le città più vivibili.
Il rapporto ISPRA consegna quindi un quadro che non può essere semplificato in una lettura tutta negativa, ma nemmeno trasformato in una rappresentazione rassicurante. In Veneto e a Venezia il consumo annuale di suolo è diminuito. È un segnale positivo, ma non è ancora la prova di un’inversione strutturale di tendenza. La quantità di territorio già artificializzato resta molto elevata e nuove superfici naturali e agricole continuano a essere trasformate. La differenza è sostanziale: rallentare il consumo di suolo è necessario, ma l’obiettivo deve essere fermarlo e, dove possibile, recuperare territorio attraverso la depavimentazione e la rinaturalizzazione delle aree già compromesse. I dati pongono una questione che riguarda direttamente le responsabilità delle istituzioni, dal Governo alle Regioni, fino ai Comuni. In Veneto, una regione che ha già consumato quasi il 12% del proprio territorio, il contenimento del consumo di suolo dovrebbe rappresentare una priorità concreta. A Venezia, dove la fragilità ambientale è parte integrante della vita quotidiana, dovrebbe essere un criterio fondamentale di ogni scelta urbanistica. Questo significa stabilire una gerarchia chiara: prima verificare se un’esigenza possa essere soddisfatta recuperando l’esistente; poi valutare le alternative; infine, quando una nuova trasformazione sia realmente necessaria, ridurne al minimo gli impatti e prevedere misure efficaci di compensazione e ripristino. Non basta dichiararsi favorevoli alla rigenerazione urbana se, contemporaneamente, si continua a consumare nuovo suolo senza una strategia complessiva. E non basta richiamare la necessità dello sviluppo economico se non si dimostra che le trasformazioni autorizzate producano benefici collettivi proporzionati ai loro costi ambientali.Governare il territorio significa scegliere, non limitarsi a registrare le trasformazioni che avvengono. Il rapporto ISPRA ci mette a disposizione gli strumenti per conoscere la situazione. La responsabilità di decidere come cambiare rotta spetta alle istituzioni. Per il Veneto e per Venezia, continuare come prima non può essere considerata l’unica alternativa possibile. La sfida è costruire un modello di sviluppo che valorizzi ciò che abbiamo già, protegga le risorse naturali e restituisca alle generazioni future un territorio più sicuro e vivibile.
