A dieci anni dalla sua scomparsa, ricordo Renato Morandina come una figura che ha saputo coniugare convinzioni religiose e impegno sociale con un percorso politico non convenzionale. Dirigente nazionale  (membro dell’esecutivo nazionale e già presidente provinciale) delle ACLI e attivo nella CISL, Morandina scelse di aderire al Partito Comunista, tra il 1975 e il 1976, perché interpre­tò quella decisione, ispirata alla giustizia sociale e alla partecipazione collettiva, come «la conseguenza pratica di un processo di maturazione politica che ha coinvolto ampi strati del movimento cattolico e le lotte sociali, politiche e ideali di questi anni», così come scrisse nella lettera inviata alla Federazione del PCI di Venezia per motivare la sua iscrizione.

Quella scelta non fu un gesto impulsivo né un azzardo. Renato fu prima di tutto un uomo d’impegno: nelle ACLI, nelle assemblee sindacali, nel confronto con le comunità di base, consigliere comunale della Democrazia Cristiana a Campagna Lupia nel 1965 (poi nel 1968 lasciò la Dc). Convinto che la “fede sociale” non potesse rimanere confinata al privato, pensava che l’attenzione al lavoro e alla dignità delle persone dovesse tradursi in proposte concrete. Per questo ritenne che il PCI, in quel momento storico, potesse essere uno strumento per promuovere la partecipazione delle masse e realizzare diritti sociali: definì il partito «uno degli strumenti efficaci e seri per la liberazione dell’uomo, per la partecipazione delle masse alla costruzione di una società socialista, nel rispetto della democrazia reale».

È importante sottolineare come Morandina non intese cancellare il suo impegno nelle ACLI e nella CISL. La sua scelta fu accompagnata dalla volontà di mantenere vivi, all’interno delle organizzazioni di massa, spiriti di confronto, pluralismo e autonomia. Non si trattò dunque di un doppio tesseramento superficiale, ma di un’espressione di doppia fedeltà pratica: alla coscienza religiosa e all’impegno civico-politico, senza che l’una annullasse l’altra.

La sua biografia politica nasce nell’Azione Cattolica e nelle ACLI, dove entrò ancora minorenne. Negli anni Sessanta fu leader dei giovani che realizzarono un cambio di orientamento nella dirigenza aclista veneziana, diventandone presidente nel 1969. Le ACLI veneziane erano allora forti nelle province e meno presenti nella realtà operaia di Porto Marghera. Furono però proprio le esperienze di quel territorio (le lotte contrattuali e il processo di costruzione dell’unità sindacale in fabbrica) a rendere urgente una nuova attenzione al mondo del lavoro. In questo contesto emerse una spinta di avvicinamento alle forze di sinistra, motivata dalla ricerca di strumenti concreti per i diritti sociali.

Le ACLI di Venezia si orientarono progressivamente verso posizioni più vicine ad un’opzione socialista: da Labor alle posizioni di Gabaglio, fino ai contributi emersi al convegno di Vallombrosa e al congresso di Cagliari del 1972. In questo quadro si collocano,  nei primi anni Settanta, i «cattolici del no» nel referendum sul divorzio che si aggregarono attorno a Morandina rappresentando una scelta di libertà e articolando una partecipazione civile che andava oltre gli schieramenti tradizionali.

La sconfessione da parte di Paolo VI, il tramonto della gestione Gabaglio, le scissioni e la ricostruzione unitaria che avvenne con la presidenza Carboni e il rientro di Morandina nell’esecutivo nazionale delle ACLI coincidono con gli anni più travagliati e intensi di crescita dei gruppi cattolici schierati su una posizione di «classe». 

Infine, maturata come una profonda esigenza di coerenza personale, la scelta di chiedere la tessera del PCI. Una scelta che non mise in discussione il suo essere nelle ACLI, come dirigente non solo veneto ma nazionale, né tanto meno la sua fede, né la sua appartenenza alla comunità cattolica.

Una decisione certamente non facile per quell’uomo che non aveva ancora 40 anni.

La scelta di Morandina fu personale, come lui stesso dichiarò più volte. Ma non fu un caso isolato, perché furono diversi i cattolici che aderirono al Pci o che si candidarono nelle sue liste alle politiche del 1976. A livello nazionale ricordiamo Raniero La Valle, Mario Gozzini, Paolo Brezzi e altri ancora, tutti candidati come indipendenti con il Pci. A livello veneziano, tra i tanti casi, ci fu quello di Giovanni Battista Carlassara, esponente di primo piano delle ACLI del Veneto, eletto consigliere comunale della DC a Mirano nel 1964, espulso dalla DC nel 1968 e nel 1970 promotore, assieme ad altri, della lista Azione Democratica Popolare (ADP), che contribuì a far perdere la maggioranza alla Dc a Mirano e a formare una maggioranza Pci, Psi, Adp. Nel 1976, il segretario della Federazione del Pci Marucci, in accordo con la segreteria nazionale, propose che per il collegio senatoriale di Mirano venisse candidato Carlassara. 

E non era una novità la presenza di cattolici all’interno del maggior partito comunista dell’occidente: nel 1945 si iscrissero al Pci Franco Rodano (con cui Morandina entrò in contatto al tempo del referendum sul divorzio) e Tonino Tatò, che portarono un contributo intellettuale e politico cruciale per il “partito nuovo” di Togliatti. Però poi c’era stato il decreto di Pio XII che definiva apostata chi si fosse iscritto o sostenesse il Partito Comunista, posizione confermata da un decreto del 1959 da Papa Giovanni XXIII. Qualcuno ritenne queste posizioni tacitamente superate con il Concilio Vaticano II ma le adesioni dei cattolici al Pci scatenarono più di qualche reazione.

E ovviamente anche la vicenda Morandina non passò inosservata. L’allora presidente nazionale delle ACLI, Marino Carboni (eletto Senatore nel 1976 nelle fila della Democrazia Cristiana) espresse dissenso per la scelta di Morandina, anche se gli indirizzò una lettera nella quale scrisse che atti come questo «possono rientrare in un disegno che, sia pure con molta esitazione, posso intendere come un servizio di verifica di un impegno temporale in coerenza con l’ispirazione cristiana che sta a fondamento del nostro statuto». La lettera di Carboni venne pubblicata sull’Avvenire, ma la redazione del quotidiano, probabilmente poco soddisfatta dallo scritto del presidente nazionale delle ACLI, la fece seguire da una dura postilla nella quale veniva richiamata la dichiarazione della CEI del 13 dicembre 1975 che ribadiva l’incompatibilità tra fede cristiana e comunismo. 

A Venezia e nella provincia esplose una polemica pubblica: Gente Veneta, l’organo di stampa della Curia sollevò questioni dottrinali e pastorali, interrogandosi sulla compatibilità tra l’appartenenza alla comunità cattolica e la scelta di militare in un partito comunista. Un passaggio dell’editoriale di Gente Veneta per definire il passo di Morandina: «una continua ritirata di molti cattolici, frutto per lo più di un complesso di inferiorità autolesionista, adolescenziale, quando non si tratti di un miraggio di più facile affermazione personale».

Morandina rispose con una lettera aperta sempre su Gente Veneta. Ecco alcune righe del suo scritto: 

«L’unità di fede è fuori discussione: quello che non si vuole concretizzare è l’affermazione della pluralità delle opzioni politiche. Penso che molti cattolici che hanno fatto la scelta di classe, anticapitalistica, per il socialismo, militando o votando per il Pci o per il Psi, si siano posti il problema della distinzione tra fede e politica e della coerenza tra l’affermazione dei valori di liberazione del cristianesimo e la loro realizzazione storica».

«È certamente una scelta discutibile. Ma sono forse meno discutibili altre scelte? Non pongono problemi dottrinali e morali gli scandali di regime, le masse di disoccupati crescenti, le condizioni delle donne, dei giovani, degli emigrati? Che giudizio diamo sui cattolici che hanno gestito il potere e provocato molti dei danni citati? Come si vede, sul terreno politico, di fronte a fatti e situazioni, mi pare si possa dire che l’opinabilità delle scelte sia per i credenti una grossa conquista di maturità perché coinvolge le responsabilità personali e libera la Chiesa da problemi di tipo temporale».

La vicenda evidenziò la necessità di rispettare lo spazio autonomo delle organizzazioni laicali, perché esse devono poter contenere pluralità di posizioni senza subire imposizioni esterne. Inoltre mostrò quanto fosse delicata la relazione tra autorità religiosa e coscienza personale. L’esperienza di Morandina ricordò, e ci ricorda ancora oggi, che la fede può tradursi in percorsi politici differenti, e che il dialogo fra istituzioni ecclesiastiche e laicato non può limitarsi all’anatema o alla semplice presa di distanza: serve confronto che tenga insieme il rispetto dei valori religiosi e il riconoscimento della libertà di scelta.

Per comprendere ancora meglio il valore della sua scelta dobbiamo collocarla nel contesto degli anni Settanta: decennio di grandi mobilitazioni, di tensioni politiche e di domande inedite sulla rappresentanza e sulla partecipazione. In quel clima, l’incontro, spesso conflittuale, talvolta fecondo, tra soggetti di matrice cattolica e forze di sinistra non era soltanto possibile: era necessario. Morandina interpretò questa necessità come una responsabilità etica: non rinunciare alla propria identità morale ma nemmeno arroccarsi in settori chiusi, sapendo che molte delle istanze dei più poveri e dei lavoratori richiedevano politiche forti e condivise.

Oggi, a distanza di decenni, il percorso di Morandina ci parla con urgenza. Parla della necessità di mantenere spazi dove il confronto non degeneri in contrapposizione dogmatica; parla dell’importanza della pluralità dentro le organizzazioni; parla, infine, del dovere di tradurre sensibilità morali in politiche pubbliche efficaci. 

Ricordare Renato Morandina significa dunque riaprire una riflessione sul senso della politica come servizio e sulla capacità delle organizzazioni sociali di essere laboratori di idee e di proposte. Ciò che Morandina ci lascia è un metodo: ascolto, confronto, non rinunciare né all’autonomia delle organizzazioni né al coraggio delle scelte pubbliche. Su questo terreno, e con questo spirito critico e costruttivo, si misura anche la qualità della nostra democrazia.

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