Nessuno nega che i bilanci dell’amministrazione Brugnaro appaiano in ordine: gli avanzi ci sono e, guardando i numeri, si può parlare di un apparente risanamento. Tuttavia questa lettura è parziale se non si mette subito a fuoco un elemento essenziale: quei risultati non sono nati nel vuoto. L’amministrazione ha potuto operare in un contesto di finanza pubblica nazionale più favorevole rispetto a periodi in cui i governi di centrosinistra hanno dovuto fare i conti con vincoli e risorse molto più limitate.

La questione politica davvero rilevante non riguarda soltanto il saldo del bilancio, ma l’uso che si fa delle risorse pubbliche. Un ente locale non è chiamato a produrre avanzo fine a sé stesso. L’obiettivo principale dovrebbe essere redistribuire la ricchezza che genera, migliorando i servizi ai cittadini o alleggerendo il carico fiscale. A Venezia questo passaggio non si è compiuto.

Nel corso di questi 11 anni molti servizi essenziali (mobilità, manutenzione urbana, politiche sociali e per la casa, anagrafe e stato civile, decentramento, scuole) hanno subito tagli e razionalizzazioni, mentre l’addizionale IRPEF è stata portata al livello massimo consentito, gravando direttamente sulle famiglie e sui redditi medi. Il paradosso diventa più evidente se si guarda a come sono stati impiegati gli avanzi. Risorse derivate dalla spesa corrente, quelle cioè che potevano servire a migliorare la gestione quotidiana della città o a finanziare una riduzione fiscale strutturale, sono state convogliate verso investimenti. Il caso del “Bosco dello Sport”, con circa novanta milioni di euro provenienti da avanzo, è emblematico: opere che migliorano l’immagine urbana e accrescono il capitale infrastrutturale possono avere senso, ma quando si realizzano a scapito del mantenimento dei servizi o della riduzione della pressione fiscale la scelta diventa priorità politica, non necessità economica.

Questo modo di procedere apre due ordini di problemi. Il primo è etico e sociale: la legittimità di un bilancio dovrebbe misurarsi su come le risorse migliorano la vita quotidiana dei cittadini, non soltanto sulla capacità di finanziare grandi progetti. Il secondo è di governance: decidere di destinare gran parte degli avanzi a investimenti senza riservare quote adeguate per il funzionamento ordinario o per diminuire le tasse significa scegliere un modello di città che premia la visibilità progettuale più che il benessere collettivo.

Occorre dunque rimettere al centro del dibattito pubblico la domanda su quale Venezia vogliamo: una città che accumula e mostra opere, o una città che utilizza le proprie risorse per rafforzare i servizi e alleggerire il peso fiscale sui suoi abitanti? Con Andrea Martella sindaco di Venezia, ci sarà più trasparenza sulle scelte di destinazione degli avanzi, sarà valutata la sostenibilità sociale dei grandi investimenti e si potrà discutere seriamente sulla possibilità di destinare una parte stabile delle risorse correnti al recupero dei servizi essenziali e a una riduzione dell’addizionale IRPEF. Solo così il “bilancio sano” si tradurrà in una migliore qualità della vita per chi vive e lavora a Venezia.

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