Quest’anno, nella prima parte delle vacanze estive della nostra famiglia, abbiamo scelto di dedicare alcune ore alla conoscenza diretta del sistema concentrazionario nazista nel’Europa centrale. Non è stata una scelta scontata, in un periodo che dovrebbe essere di riposo e spero che le mie figlie un giorno mi perdoneranno per aver trasformato parte del viaggio in un pellegrinaggio nella storia più buia del Novecento. Ma credo che la memoria, per restare viva, vada anche camminata: attraversare quei luoghi, vederne le proporzioni, il silenzio, la pietra, restituisce qualcosa che nessun libro può dare del tutto. Abbiamo visitato cinque campi, ciascuno con una fisionomia e una funzione specifica all’interno del sistema nazista.

Mauthausen (Austria)

Aperto nell’agosto 1938, subito dopo l’Anschluss, Mauthausen fu classificato dalle SS come campo di “grado III” (Stufe III), il livello più duro nella classificazione interna del sistema concentrazionario, riservato ai nemici del regime considerati “incorreggibili”. Attorno al campo centrale si sviluppò una rete di quasi cento sottocampi, tra cui Gusen ed Ebensee. Le stime delle vittime variano molto a seconda delle fonti e dei sottocampi conteggiati, tra le 90.000 e oltre 190.000. Fu liberato dalle truppe statunitensi il 5 maggio 1945.

A Mauthausen la prima cosa che ti toglie il fiato, letteralmente, prima ancora che il pensiero arrivi a elaborare cosa stai guardando, è la cava di granito di Wiener Graben, incassata sotto il livello del campo, con la sua “Scala della morte” e i suoi 186 gradini irregolari, scavati nella roccia, che i prigionieri risalivano portando blocchi di pietra fino a 50 chili. Io mi sono fermato in cima, dove le SS scommettevano su chi sarebbe caduto per primo, mia moglie e nostra figlia Sofia sono scese in basso, dove oggi c’è solo un silenzio innaturale, rotto dal vento che risale la parete. Ho provato a immaginare il peso sulla schiena e il fiato corto a ogni gradino, e non ci sono riuscito fino in fondo: è una di quelle cose che si possono solo sfiorare con l’immaginazione, mai arriavre a comprendere davvero. Dentro il campo, tra le baracche ricostruite e i muri di granito grigio che le SS fecero costruire dagli stessi prigionieri, quello che resta più impresso è la sproporzione: la solidità quasi monumentale delle strutture, pensate per durare, contro la fragilità assoluta delle vite che dovevano consumarvisi dentro.

Auschwitz-Birkenau (Polonia)

Auschwitz I fu aperto nel 1940 in un’ex caserma dell’esercito polacco, destinato inizialmente ai prigionieri politici polacchi. Tra il 1941 e il 1942 venne costruito Auschwitz II-Birkenau, che divenne il principale centro di sterminio dell’intero sistema nazista, dotato di camere a gas e forni crematori per lo sterminio industriale. Il complesso comprendeva oltre quaranta campi e sottocampi, incluso Auschwitz III-Monowitz, legato al lavoro forzato per l’industria chimica IG Farben. Vi morirono circa 1,1 milioni di persone, in grandissima maggioranza ebrei provenienti da tutta Europa, oltre a rom e sinti, prigionieri politici polacchi e prigionieri di guerra sovietici. Fu liberato dall’Armata Rossa il 27 gennaio 1945, data scelta come Giorno della Memoria.

Ad Auschwitz I, quello che colpisce per primo è la scala apparentemente contenuta, quasi rassicurante, file ordinate di edifici in mattoni rossi, che dall’esterno potrebbero sembrare una caserma qualunque. Poi però si entra in questi blocchi ordinati e ci si trova davanti alle vetrine con gli occhiali, le valigie con i nomi scritti a mano, le scarpe accatastate a migliaia. È lì che la mente smette di reggere le statistiche e si ferma su un singolo paio di scarpette da bambino. Ma è a Birkenau che la percezione cambia natura: cammini lungo la rampa dove avvenivano le selezioni, che venivano eseguite appena le persone scendevano dai carri bestiame sui quali erano state portate fino a lì, e tutto intorno la distesa di baracche che si perde a vista d’occhio ti fa capire fisicamente cosa significhi “industriale” applicato allo sterminio. Siamo entrati nelle baracche, abbiamo visto i resti delle camere a gas fatte saltare dalle SS in ritirata: il cemento spezzato, il cielo che si vede attraverso un soffitto crollato, e un freddo che non dipende dalla temperatura. Non c’è retorica che tenga: resta solo il tentativo di stare fermi e lasciare che il luogo dica quello che nessuna cifra può dire da sola.

Theresienstadt / Terezín (Repubblica Ceca)

Ex fortezza asburgica, fu trasformata nel 1941 in ghetto e campo di transito. Il regime nazista lo utilizzò cinicamente a fini propagandistici, presentandolo come “campo modello”: nel giugno 1944 vi fu organizzata una visita ingannevole di una delegazione della Croce Rossa, seguita da un film di propaganda. Fu soprattutto un punto di smistamento verso i campi di sterminio a est, in particolare Auschwitz. Vi transitarono molti anziani, bambini e un numero significativo di intellettuali e artisti, che diedero vita a un’intensa attività culturale clandestina. Nonostante la fame, le malattie e le molte privazioni, i bambini nel campo hanno lasciato tracce sorprendenti della loro creatività: disegni, racconti, poesie, musica, prima di essere quasi tutti deportati nei campi di sterminio. I disegni e le altre opere dei bambini sono conservati nel museo cittadino come testimonianza.  Circa 33.000 persone morirono nel campo stesso per fame e malattie, mentre decine di migliaia furono deportate e uccise altrove. La fortezza minore, poco distante dalla città ghetto, fu utilizzata come brutale carcere della Gestapo.

Terezín è, delle cinque, la tappa più insidiosa proprio perché non assomiglia all’immagine classica dei campi di prigionia che ci si porta dietro. È una cittadina fortificata, con strade regolari e edifici che potrebbero appartenere a un centro storico qualunque, ed è proprio in questo scarto che si annida l’inganno costruito dai nazisti: usare la normalità apparente come copertura dell’orrore. Prima camminando nelle celle strette della fortezza minore, dove venivano rinchiusi i prigionieri destinati a punizioni speciali, e poi fermandonci davanti ai disegni dei bambini conservati nel museo (farfalle, fiori, in mezzo a scene di deportazione disegnate con la stessa mano ingenua) abbiamo sentito un tipo di peso diverso da quello di Auschwitz o Mauthausen: meno la violenza fisica diretta, più la crudeltà fredda dell’inganno organizzato, della messinscena costruita apposta per ingannare il mondo mentre, poco più in là, i convogli continuavano a partire verso est.

Buchenwald (Germania, presso Weimar)

Aperto nel luglio 1937, fu uno dei più grandi campi di concentramento sul suolo tedesco, con un’estesa rete di sottocampi legati al lavoro forzato per l’industria bellica. Vi furono condotti anche esperimenti pseudo-medici. Le vittime accertate sono circa 56.000. Fu liberato l’11 aprile 1945, in un contesto in cui ebbe un ruolo significativo l’autorganizzazione clandestina dei prigionieri, che favorì la resa delle SS prima dell’arrivo delle truppe americane.

Quello che si porta via da Buchenwald è soprattutto un contrasto geografico, prima ancora che storico: il campo sorge sull’Ettersberg, la collina dove Goethe amava passeggiare e trovare ispirazione, a pochi chilometri da Weimar, città simbolo della cultura tedesca classica e della breve stagione della Repubblica di Weimar. Stare su quel crinale, con lo sguardo che spazia sulla foresta e sulla città in lontananza, e sapere che è lo stesso luogo dove funzionava una macchina di sfruttamento e morte, produce un cortocircuito che non si scioglie facilmente. Siamo passati accanto ai forni crematori, ancora nella loro collocazione originale, e alla lapide con la scritta “Jedem das Seine” incisa sul cancello d’ingresso, “a ciascuno il suo”, rivolta con freddo cinismo verso l’interno del campo, verso chi ci viveva rinchiuso.

Dachau (Germania, presso Monaco)

È il primo campo di concentramento nazista, aperto nel marzo 1933, a poche settimane dalla nomina di Hitler a cancelliere. Nato per rinchiudere oppositori politici (comunisti, socialisti, sindacalisti) divenne ben presto il modello organizzativo e il centro di addestramento delle SS per l’intero sistema concentrazionario che sarebbe seguito. Anche qui furono condotti esperimenti medici sui prigionieri. Fu liberato dalle truppe statunitensi il 29 aprile 1945.

Dachau è stata la tappa in cui abbiamo sentito con più forza il senso dell’inizio, e per questo forse più angosciante: non è il campo con il numero più alto di vittime tra quelli che abbiamo visitato, ma è quello in cui il sistema ha imparato a esistere, mese dopo mese, sotto gli occhi di una città e di un intero paese che hanno lasciato che accadesse. Abbiamo attraversato il grande piazzale dell’appello, vuoto e immenso, dove i prigionieri venivano contati per ore, in qualsiasi condizione meteorologica, spesso fino al collasso. Abbiamo visto il forno crematorio, aggiunto quando il campo era già diventato “esperienza consolidata”, e in quel momento abbiamo realizzato con chiarezza che quello che stavamo guardando non era l’apice improvviso di una furia, ma il punto di partenza metodico da cui tutto il resto si è poi sviluppato per imitazione e perfezionamento.

Alcune riflessioni

Camminare in questi luoghi lascia una domanda che non si esaurisce nella visita. Di fronte alla documentazione minuziosa di ciò che il sistema concentrazionario ha prodotto, che non è stato un eccesso improvviso di violenza, ma una macchina burocratica, industriale, pensata e organizzata nel dettaglio, resta difficile capire come oggi possano ancora esistere, in Italia e altrove, persone e soprattutto figure istituzionali che continuano a guardare con nostalgia o ambiguità a quell’ideologia, o che ne riprendono simboli, linguaggi, gesti. Non è un fenomeno marginale da liquidare come folklore. Quando a farlo sono soggetti che occupano un ruolo pubblico, il problema cambia natura: non si tratta più solo di opinioni private, ma di un uso politico della memoria, spesso funzionale a costruire consenso attraverso la nostalgia identitaria o la banalizzazione del passato. Ma c’è un punto che vorrei portare fino in fondo, perché è quello che rende questa nostalgia non un’opinione discutibile tra le altre, ma qualcosa di storicamente insostenibile. Il fascismo non è una dottrina politica che, in alcune sue applicazioni sbagliate o in alcuni suoi seguaci fanatici, è “degenerata” nella violenza. È una dottrina che nella violenza e nella guerra trova il proprio fine costitutivo, non un incidente di percorso. Il culto della forza, la gerarchizzazione delle vite umane, l’idea di una comunità nazionale o razziale che si purifica e si afferma attraverso il conflitto e l’eliminazione del diverso: sono premesse ideologiche che conducono inevitabilmente alla violenza organizzata dallo Stato. Il sistema concentrazionario che abbiamo visitato, la sua scala industriale, la sua razionalità burocratica, la sua pianificazione fin nei minimi dettagli logistici, non è la prova di un’ideologia finita male: è la prova che quell’ideologia ha funzionato esattamente come prevedeva di funzionare. Non è un eccesso rispetto al programma, è il programma. Su questo aspetto trovo illuminante, ancora oggi, la lettura che ne diede Hannah Arendt osservando il processo a Eichmann a Gerusalemme. La sua idea della “banalità del male” non racconta di mostri sadici consapevoli di commettere un crimine assoluto, ma di funzionari solerti, mediocri, capaci di organizzare la deportazione e lo sterminio di milioni di persone attraverso la pura routine amministrativa, senza mai fermarsi a pensare al senso di ciò che stavano eseguendo. È un’osservazione che, lungi dall’assolvere il sistema, ne rivela la natura più inquietante: la violenza fascista e nazista non ha avuto bisogno solo di ideologi fanatici, ma di un’intera macchina di ordinaria obbedienza che l’ideologia stessa aveva reso possibile e persino “normale”. È proprio questa capacità di trasformare la violenza in procedura, in ordinaria amministrazione, a rendere quell’ideologia strutturalmente diversa da altre: non un errore da correggere, ma un meccanismo che, se rimesso in moto, produce sempre lo stesso esito. Le istituzioni, in questo senso, hanno una responsabilità aggiuntiva: la memoria pubblica non è un rito consumato, ma un argine che va rinnovato ogni volta che viene messo alla prova.

Infine, proprio perché questi luoghi impongono rigore, credo sia altrettanto necessario evitare l’uso disinvolto della categoria di “fascismo” nel dibattito pubblico quotidiano. È una tentazione comprensibile, quasi un riflesso: di fronte a un avversario politico, la definizione “fascista” sembra la condanna più immediata e la più carica di autorità morale, proprio perché richiama luoghi come quelli appena descritti. Ma è un’arma che si consuma con l’uso. Se ogni misura di ordine pubblico, ogni scelta di destra, ogni linguaggio duro diventa “fascismo”, la parola smette di descrivere qualcosa di specifico, cioè un’ideologia storicamente determinata, con una sua genesi, una sua dottrina, un suo apparato di violenza organizzata dallo Stato, e si trasforma in un insulto intercambiabile. Il rischio è duplice: da un lato si svuota di significato la parola nel momento stesso in cui, di fronte a fenomeni realmente riconducibili a quella tradizione, non si dispone più di un lessico credibile per distinguerli da tutto il resto; dall’altro si regala un facile argomento a chi vuole derubricare ogni critica storicamente fondata come “esagerazione della sinistra”. Se tutto è fascismo, alla fine nulla lo è e chi dovrebbe essere allarmato dai segnali reali smette di esserlo, assuefatto a un allarme lanciato troppo spesso a vuoto. Per avere una bussola, per evitare questa deriva, senza però rinunciare a riconoscere i segnali quando sono reali, può essere ancora utile lo strumento che Umberto Eco propose neIl fascismo eterno. Eco parte da un’osservazione precisa: il fascismo storico non fu mai un sistema filosofico coerente, ma tenne insieme elementi spesso contraddittori: nazionalismo e ambizioni universaliste, culto della tradizione e fascinazione per la tecnologia, populismo ed élitismo. Da questa incoerenza di fondo, Eco trae una conclusione utile: il fascismo, come fenomeno ricorrente nella storia e non solo come quello degli anni ’20-’40, va trattato non come una dottrina con un elenco fisso di dogmi, ma come una sindrome, un insieme di tratti (il culto della tradizione, il rifiuto del pensiero critico, la paura della differenza, l’ossessione del complotto, il nazionalismo alimentato dal senso di umiliazione, il richiamo permanente al nemico da combattere) che tendono a presentarsi insieme, ma senza che debbano esserci tutti, né nella loro forma pura originaria. Funziona un po’ come una diagnosi medica: non serve che un paziente mostri ogni sintomo del manuale per riconoscere una sindrome, bastano alcuni tratti caratteristici, combinati in un quadro riconoscibile. Allo stesso modo, per parlare di una parentela con quella tradizione non serve che siano presenti tutti gli elementi nella forma storica originaria: basta che ne riemerga a sufficienza la configurazione riconoscibile. È uno strumento prezioso proprio perché lavora nella direzione opposta rispetto all’abuso retorico: non offre una parola sola da lanciare contro l’avversario, ma una griglia di lettura che impone di argomentare, tratto per tratto, perché in un caso specifico quella parentela è fondata e in un altro no. Usare “fascismo” con il rigore di quella griglia, invece che come esclamazione, è l’unico modo per continuare a poterlo usare quando davvero serve.

Tenere insieme queste due esigenze, la fermezza nel riconoscere e denunciare la persistenza di riferimenti a quell’ideologia quando emergono davvero, e il rigore nel non applicare l’etichetta in modo indiscriminato, è forse la lezione più utile che si può portare a casa da un viaggio come questo. La memoria storica funziona quando è precisa, non quando è gridata.

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