La persistente marginalità elettorale della sinistra in Veneto non è frutto di dinamiche recenti, ma l’esito di una lunga sedimentazione storica che ha modellato identità, culture politiche e forme di organizzazione sociale. Dalla Repubblica di Venezia fino al secondo dopoguerra, una serie di fratture strutturali (tra centro e periferia, città e campagna) ha progressivamente rafforzato l’egemonia conservatrice, lasciando alla sinistra spazi di radicamento limitati e spesso circoscritti alle aree urbane e industriali.

La struttura politica della Serenissima, poco integrata con i territori di terraferma, ha alimentato per secoli localismi forti e una diffidenza verso il potere centrale. Nei vuoti lasciati da Venezia si è inserita capillarmente la Chiesa, che ha costruito un vastissimo capitale sociale fondato su reti di assistenza, educazione e solidarietà. Questa presenza capillare ha generato una subcultura “bianca” fortemente identitaria: una comunità coesa, diffidente verso lo Stato e naturalmente orientata verso soluzioni politiche moderate.

L’Ottocento ha consolidato questo stato di cose. L’Impero asburgico ha ulteriormente rafforzato la presenza cattolica nelle campagne, mentre l’Italia liberale non è riuscita a scalfire l’influenza ecclesiastica sull’istruzione e sulle comunità. La crisi agraria degli anni Ottanta dell’Ottocento ha acuito la contrapposizione tra élite liberali urbane e popolazioni rurali: la Chiesa, schierandosi con i contadini, ha rafforzato il proprio ruolo di intermediario sociale, mentre lo Stato veniva percepito come lontano e ostile.

Tra fine Ottocento e inizio Novecento, il Veneto si presenta come un territorio bifronte: città con un vivace movimento socialista, campagne dominate da organizzazioni cattoliche solide e radicate. Le lotte agrarie del primo dopoguerra confermano questa divisione: le leghe bianche e le leghe rosse non riescono a costruire un fronte comune. Il socialismo veneto, troppo urbano, fatica a comprendere il mondo contadino e non sviluppa una rete alternativa alla struttura ecclesiastica.

Il fascismo interviene spezzando definitivamente molte esperienze di sinistra, soprattutto rurali. Lo squadrismo si abbatte sulle organizzazioni socialiste, mentre il regime costruisce un rapporto tattico con la Chiesa che rafforza ulteriormente la subcultura cattolica come argine al comunismo. Alla caduta del fascismo, questa eredità rende il Veneto un terreno particolarmente favorevole alla nascita e all’espansione della Democrazia Cristiana.

Finita la Seconda guerra mondiale e con la nascita della Repubblica la DC diviene l’incarnazione politica del capitale sociale cattolico: attraverso il controllo ideologico, il patronato e la capacità di offrire risorse e posizioni lavorative, la DC consolida uno “stato dentro lo Stato” su scala locale. Inoltre pratiche di esclusione (licenziamenti, discriminazioni sociali e anche pressioni religiose) indeboliscono ulteriormente le possibilità di radicamento della sinistra nelle aree dove la Chiesa è più forte e rafforzano una cultura anticomunista, in generale avversa alla sinistra, oggi molto persistente in diverse realtà del Veneto.

A partire dagli anni Settanta, in coincidenza con il processo di secolarizzazione e la crisi che attraversa il mondo cattolico dopo le speranze suscitate dal Concilio Vaticano II, la Dc guadagna autonomia dalla Chiesa trasformandosi da partito di appartenenza religiosa a partito di amministratori rappresentanti il Veneto sulla scena politica nazionale. La Dc passa così dall’essere “partito della Chiesa” a “partito dello Stato”, collocandosi in posizione contraddittoria rispetto alla cultura politica diffusa in Veneto, storicamente connotata da tratti di localismo antistatalista, e ponendo così le basi per la perdita di consenso verso formazioni autonomiste concorrenti, in primis la Liga Veneta, a partire dagli anni Ottanta.

Localismo antistatalista, declinato politicamente prima nel federalismo, poi nella secessione e da ultimo nell’autonomia, e una radicata repulsione per i partiti di sinistra, tanto che non è un caso che la campagna elettorale di Berlusconi del ‘94, brandendo lo spauracchio della vittoria dei comunisti (sic!), abbia mietuto importanti risultati in Veneto, sono la formula grazie alla quale la Lega e i partiti di destra hanno raccolto l’eredità egemonica della Democrazia Cristiana, che finché è durato il suo dominio ha avuto il merito di tenere sopiti gli istinti più retrivi di una parte del Veneto.

Il Veneto centrale, caratterizzato da piccola proprietà, lavoro autonomo e strutture locali forti, rimane un’area di modernizzazione senza rotture profonde che tende a conservare legami locali e diffidenza verso le grandi narrazioni statali e di classe. Questa struttura sociale continua a limitare la penetrazione della sinistra che invece prospera più facilmente nei grandi centri urbani, come ad esempio è successo a Venezia, grazie a condizioni materiali e sociali favorevoli, che non sono mai state generalizzate sull’intera regione.

Oggi, la perdurante difficoltà della sinistra in Veneto affonda dunque le sue radici in questa lunga storia: un intreccio di localismi, capitale sociale cattolico, debole integrazione statale, fratture territoriali e strutture produttive peculiari. Capire queste radici non significa rassegnarsi a un destino immutabile, ma riconoscere la profondità delle sfide culturali e politiche necessarie per costruire un nuovo spazio progressista nella regione.

6 pensiero su “Perché la sinistra rimane minoritaria in Veneto: un quadro storico”
  1. Giuste analisi, ma manca la riflessione sull’incapacità della “sinistra” di capire la realtà veneta. Necessario parlarne. Grazie

  2. Mi pare manchi anche .. l’impegno dei cosidetti partigiani bianchi ( T. Anselmi ma non solo) che combatterono il fascismo diventando supporto di quel Cattolicesimo democratico bandito recentemente dal PD e altri nelle rappresentanza politica .. sottovalitata la sua capacita’ di parlare alle
    Radici culturali associazionistiche , (sindacali e cooperative) di tradizione bianca … @l’ulivo e’ diventato un acero rosso

  3. E’una lettura tutta politica, della politica istituzionale, e continuista.
    Vediamo un po’ dal dopoguerra. L’esperienza di centrio-sinistra a Venezia coeva a Milano e a Firenze. I gruppi di cattolici democratici, l’antimilitarismo che dal Veneto portò alle legge sull’obiezione di coscienza. Per il sindacato qui manca la memoria di tutta la lunga esperienza FLM, mancano i Movimenti di contestazione ecclesiale, quelli antagonisti, il femminismo e le 150 ore e le 150 ore delle donne, le lotte del personale ospedaliero e quelle per la salute, non solo a Marghera,., la psichiatria democratica filo- Basaglia . La sinistra istituzionale non vide o criticò i grandi cambiamenti sociali della famiglia, delle donne dei giovani..,..
    La risposta da sinistra a queste discontinui fu mortifera….Una delle ultime occasioni per capire fu il rifiuto di candidare Tina Anselmi al governo della Regione….
    Un po’ di ricerca c’è. Magari sul Veneto e le donne da leggere Bimbi, Pristinger 1985. Mi dispiace citare me e le mie colleghe…ma che il PD L faccia girare quest’analisi …
    Possiamo aprire un dibattito serio, per favore?

  4. Nell’articolo vengono sinteticamente esposte le ragioni storiche, frutto di approfonditi studi (non miei ovviamente ma volendo posso citare anche alcune fonti), per cui il Veneto vota sempre e immancabilmente verso una determinata parte politica. Quello che scrivono Don Fabio e la professoressa Bimbi mi pare vada oltre l’analisi per concentrarsi su quelle che sono state le risposte date a suo tempo, ma credo percorribili anche oggi, per affrontare questo stato di cose. Concordo sul fatto che andrebbe aperta una discussione sulle prospettive e su come ridare vitalità al cosiddetto cattolicesimo democratico, sarebbe molto utile a tutto il centrosinistra, in Veneto e non solo. Parliamone.
    P.s. sulla mancata candidatura di Tina Anselmi nel 1995 proverei a ricercare qualche responsabilità anche nella stessa parte politica dell’ex ministra. Potremmo parlare anche di questo.

  5. Come si sa la ricerca storica, come tutte le scienze sociali, non segue un’unica prospettiva. Si scelgono sia i fatti che le interpretazioni a cui dare importanza nelle spiegazioni del presente guardando al passato. Inoltre a volte la microstoria è la storia sociale metteno in luce dinamiche più complesse di quello che appare dalle grandi sintesi semplificatrici…
    E’ appena uscito un numero della Rivista Venetica su’cattoliche e cattolici veneti “ attorno al ‘68 che presenta interpretazioni interessanti per il nostro presente. Il Ponte potrebbe presentarlo e così utilizzeremmo le nostre convergenze e divergenze per andare avanti.….

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *