Lafotografia scattata dai dati della Fondazione Gimbeè chiara e inquietante: la sanità pubblica sta perdendo terreno sotto i colpi di una privatizzazione silenziosa, fatta più di scelte politiche omissive che di rivoluzioni dichiarate. Nel 2024 le famiglie italiane hanno sostenuto una spesa out-of-pocket pari a 41,3 miliardi di euro, cioè il 22,3% della spesa sanitaria totale. Numeri che non sono solo statistiche: dietro quei miliardi ci sono persone che pagano di tasca propria per curarsi, e ci sono5,8 milioni di cittadini che hanno rinunciato a prestazioni sanitarie nel solo 2024(quasi due milioni in più rispetto al 2022).
Quel che colpisce, oltre alla dimensione del fenomeno, è la sua natura ibrida e subdola. Non si tratta soltanto di più cliniche private o di qualche ospedale accreditato in più: assistiamo a una privatizzazione della spesa (più pagamenti diretti o intermediati dalle famiglie), alla diffusione di fondi sanitari, assicurazioni e casse mutue che fanno da terzi paganti, e a una progressiva privatizzazione della produzione delle prestazioni sanitarie. Il risultato è unsistema sempre più “a due velocità”:chi può pagare riceve risposte rapide; chi non può è costretto ad aspettare o a rinunciare. È l’esatto contrario del principio costituzionale che ha ispirato il Servizio Sanitario Nazionale: salute come diritto universale, non come merce differenziata in base al conto in banca.
C’è un altro elemento che dovrebbe turbare chiunque tenga alla qualità del sistema sanitario pubblico: una parte significativa della spesa privata non va a cure essenziali ma a prestazioni a basso valore clinico. Check-up ripetuti, esami spesso non necessari, “pacchetti” di visite che assecondano logiche di consumo sanitario più che reali bisogni di salute. Questo fenomeno non è innocuo perché ammaliando i consumatori con promesse di prevenzione e benessere, il mercato sanitario sottrae risorse e attenzione alla medicina di comunità, alla prevenzione vera e ai servizi essenziali che dovrebbero essere garantiti dallo Stato.
Dietro questi processi c’è una decisione politica, per omissione o per scelta. Tagli, tetti di spesa, mancati investimenti nei servizi territoriali, precarietà e sottodimensionamento della medicina di base hanno spianato la strada alle strutture private e agli intermediari. Nel mentre, la frammentazione delle risorse e l’asimmetria informativa rendono difficile per le famiglie orientarsi e scegliersi solo ciò che serve.È un sistema che premia gli interessi di chi vende prestazioni e penalizza chi cura la comunità.
Una risposta a queste tendenze deve partire da alcune priorità chiare e concrete.
Primo:rimettere al centro l’investimento pubblico nella sanità, sia in termini di risorse sia di riorganizzazione dei servizi. Non è sufficiente una retorica di sostegno al SSN, servono fondi strutturali per rafforzare i servizi territoriali, la medicina di famiglia, la domiciliarità e la prevenzione.
Secondo:stabilire e finanziare in modo pieno i Livelli Essenziali di Assistenza(LEA), evitando che la loro contrazione o incertezza diventi terreno fertile per il mercato privato.
Terzo:regolare con trasparenza e rigore il rapporto pubblico-privatocon accreditamento selettivo, controlli sui conflitti di interesse, limiti chiari alle forme di intermediazione che trasformano la salute in prodotto.
Inoltre, bisogna affrontare la questione delle disuguaglianze territoriali e sociali.La sanità che diventa a pagamento non colpisce tutti allo stesso modo: le persone con redditi bassi, gli anziani, chi vive nelle aree periferiche o nelle regioni meno servite pagano il prezzo più alto. Una politica seria dovrebbe tutelare i più fragili con strumenti che vanno dalla gratuità di alcune prestazioni essenziali all’estensione dei servizi pubblici nei territori più scoperti.
Non basta correggere gli effetti maoccorre contrastare le cause culturali e istituzionali che hanno portato a questo stato di cose. È necessaria una riconfigurazione della priorità pubblica: la salute non è un costo da comprimere, ma un investimento collettivo sul quale misurare il livello di civiltà di una comunità. Vanno ripensati i meccanismi di finanziamento, adeguando la fiscalità, in modo progressivo, per finanziare un sistema sanitario pubblicamente reggente e capace di dare risposte tempestive ed appropriate a tutti.
Infine,va combattuta la falsa narrativa per cui privatizzare significhi automaticamente efficienza. L’esperienza mostra che senza regole robuste e senza una pubblica progettualità forte, la privatizzazione comporta frammentazione, sprechi e peggioramento dell’equità. Va coltivata un’idea di società che non accetti la mercificazione della salute e che proponga invece un patto sociale rinnovato in cui la cura di ciascuno è la responsabilità di tutti.
Il rapporto Gimbe non è un punto di arrivo ma un invito all’azione. Si devono costruire e proporre soluzioni che riportino il valore pubblico al centro della sanità italiana. Perchéuna società più giusta si misura anche dalla capacità di garantire a tutti, senza distinzione, il diritto fondamentale alla salute.
