Il Veneto sta pagando il prezzo di una inerzia economica, perché la crescita si è esaurita prima del previsto e rischia di non riprendere senza un progetto industriale di lungo periodo, combinata con l’inerzia politica, perché a mancare non sono tanto le risorse quanto la capacità collettiva di pensarne l’uso strategico.
Gli studi più recenti stimano per il 2026 una crescita regionale molto contenuta (intorno allo 0,64% per il Veneto rispetto a circa lo 0,86% per l’Emilia-Romagna, che così conquista il primato tra le regioni italiane) e nel frattempo la posizione comparativa del Veneto è precipitata fino al decimo posto nella graduatoria nazionale del PIL pro capite, segnale di un arretramento relativo rispetto ad altre aree italiane. A completare questa difficile situazione, un quadro demografico che certifica un’età media elevata (intorno a 46,9 anni) e un calo della popolazione residente nell’ultimo decennio. Condizioni queste che trasformano qualsiasi difficoltà temporanea in un problema strutturale per i servizi, il mercato del lavoro e la stessa tenuta fiscale della regione.
I numeri raccontano la fine di una narrazione autocelebrativa che ha fatto del Nordest la “locomotiva d’Italia” e mettono in luce quanto quella locomotiva si sia inceppata quando le spinte esterne (PNRR, grandi eventi, ondate di investimenti a tempo) hanno smesso di trainare; a questo si aggiunge un deficit di capacità di fare sistema fra istituzioni, imprese e forze sociali che impedisce di convertire risorse in crescita stabile.
La vera ragione di fondo, però, è politica, visto che oggi manca in Veneto una classe dirigente capace di tradurre analisi e allarmi in scelte coraggiose e di costruire un’alleanza territoriale che superi le micro-logiche locali e parcellizzate; dove una volta esistevano canali efficaci di mediazione tra Roma, imprenditoria e comunità scientifiche, ora si registrano vuoti di rappresentanza, scarsa proiezione nazionale e una cronica difficoltà a costruire visione comune.
L’assenza di politica si manifesta in molte forme concrete: inerzia nel ridefinire strumenti di incentivazione per innovazione e investimento, incapacità di mettere mano a una riforma del welfare territoriale che risponda all’invecchiamento, e soprattutto una miopia strategica che vede prevalere l’emergenza sulle scelte di medio termine; il risultato è che le risorse disponibili rischiano di essere spese in modo inefficace o temporaneo invece di innescare processi sostenibili di crescita inclusiva.
Ripristinare una politica di qualità non è un vezzo intellettuale ma la condizione minima perché le tendenze demografiche e produttive non finiscano per consolidare arretramento e disuguaglianze: servono leadership autentiche, piattaforme di mediazione territoriale, investimenti orientati al capitale umano e una nuova premialità per chi innova e crea lavoro stabile; senza questo passaggio, il Veneto resterà sospeso fra il ricordo della sua stagione d’oro e una realtà che chiede risposte sistemiche e non annunci episodici.