Il 2025 chiude per il mercato del lavoro veneto con il mantenimento di una base occupazionale positiva ma la velocità con cui si creava lavoro negli anni recenti si è drasticamente ridotta e la fotografia che ne emerge è quella di una ripresa che ha perso slancio e di strutture economiche che mostrano segnali di fragilità. Nel complesso il saldo annuo del lavoro dipendente privato si è attestato su circa +14.618 posizioni, un risultato che resta positivo ma che vale meno della metà rispetto alla crescita registrata nel 2024; il dato è significativo perché segnala non tanto una caduta immediata dell’occupazione quanto un deciso rallentamento della capacità del territorio di generare lavoro nuovo.

Dietro questo numero si nascondono rilevanti trasformazioni contrattuali. Le assunzioni totali dell’anno sono state poco sopra i 617 mila rapporti di lavoro attivati, ma la qualità di quelle attivazioni si è deteriorata: il saldo dei contratti a tempo indeterminato è rimasto positivo (+24.009) ma in evidente contrazione rispetto all’anno precedente, mentre i contratti a termine hanno fatto segnare una perdita netta (-5.681), trasformando il precariato da ammortizzatore di breve periodo in fattore di instabilità strutturale. Questa dinamica traduce la prudenza crescente delle imprese, che si orientano meno a consolidare risorse e più alla flessibilità, con effetti diretti sulla sicurezza del reddito delle famiglie.

A incanalare ulteriori preoccupazioni è la persistente incidenza del part-time, che pesa per un terzo delle assunzioni (33,1%) e rimane particolarmente concentrata tra le donne, dove supera la metà delle nuove attivazioni. Questo squilibrio di genere si traduce in minore partecipazione al lavoro a tempo pieno, minori prospettive di carriera e buste paga più magre, rendendo la parità retributiva e la piena occupazione femminile obiettivi ancora lontani. Il calo delle assunzioni è stato infatti più marcato tra le donne e nelle fasce d’età centrali, mentre si registra una domanda crescente per profili senior, una combinazione che segnala esigenze di riqualificazione e una diversa mappatura della domanda di competenze.

Non meno rilevante è la geografia settoriale dei risultati: il terziario rimane il pilastro dell’occupazione (grazie soprattutto al comparto turistico) e chiude l’anno con un saldo ancora positivo ma fortemente ridimensionato rispetto al 2024 (intorno a +11.700 posizioni nel 2025 rispetto a quasi +20 mila l’anno prima). Il manifatturiero, che per il Veneto è sempre stato il cuore pulsante, registra segnali difformi: alcuni comparti tengono, ma il cosiddetto made in Italy mostra debolezze evidenti, con perdite concentrate nei settori tradizionali come tessile-abbigliamento e occhialeria. Si tratta di comparti esposti alle fluttuazioni internazionali, alla pressione sui prezzi e alla competizione globale; la perdita netta per queste filiere è un campanello d’allarme per la tenuta industriale del territorio.

La fragilità produttiva trova riscontro anche nell’uso degli ammortizzatori sociali e nell’aumento dei licenziamenti economici: la cassa integrazione rimane uno strumento largamente impiegato per assorbire shock settoriali e stagionali, segno che molte imprese faticano a irrigidire l’organico in condizioni di minima certezza sulla domanda futura. Questo mix di ricorso a strumenti temporanei e di aumento dei licenziamenti è una spia della perdita di resilienza del sistema produttivo, che rischia di tradursi in perdite durature di capitale umano qualora non si attivino politiche di accompagnamento efficaci.

Alla luce di questi dati, il rischio più immediato per il Veneto non è tanto un collasso occupazionale istantaneo quanto l’instaurarsi di una stagnazione fatta di contratti precari, bassi tassi di conversione verso il lavoro stabile e una polarizzazione dei percorsi professionali. Se la regione non saprà accompagnare la transizione con politiche attive del lavoro più incisive, investimenti in formazione mirata e sostegni strategici ai settori più esposti, si rischia di perdere terreno competitivo sul lungo periodo. Le imprese, peraltro, hanno dimostrato una certa riluttanza a investire in stabilizzazione quando la domanda è incerta; il risultato è una crescita più debole, meno inclusiva e più vulnerabile agli shock esterni.

Il racconto del 2025 veneto dovrebbe quindi spingere ad affrontare il tema delle scelte pubbliche. Non si tratta solo di misurare quanti contratti nascono o muoiono, ma di interrogarsi su come trasformare un saldo positivo ma fragile in una traiettoria di sviluppo stabile, con occupazione di qualità e distribuita territorialmente. Occorre ripensare strumenti di sostegno all’export per le filiere tradizionali, percorsi di riqualificazione per i lavoratori colpiti dalla precarietà e incentivi che favoriscano la transizione da rapporti a termine a rapporti stabili senza generare distorsioni.

Il messaggio che emerge dai numeri del 2025 è chiaro e, per chi guarda al ruolo delle istituzioni, ineludibile: il Veneto ha ancora patrimonio produttivo e capacità di innovazione, ma la partita si gioca su misure che ridiano fiducia alle imprese e dignità al lavoro. Lasciare che la regione si adagi su un saldo positivo dimezzato significherebbe accettare una bassa crescita occupazionale come destino. Altre strade sono possibili, a patto di equipaggiare il territorio di politiche mirate, investimenti nella transizione delle competenze e strumenti di accompagnamento alle filiere più vulnerabili, prima che il rallentamento di oggi diventi la crisi irreversibile di domani.

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