La salute mentale in Veneto è arrivata a un bivio che non ammette più indugi: da un lato la domanda di cura è cresciuta in modo costante e complesso, dall’altro i servizi territoriali si trovano impoveriti da anni di scelte tardive e insufficienze strutturali che oggi paghiamo in termini di liste di attesa, ricoveri evitabili e personale esausto. I Centri di Salute Mentale, le unità ospedaliere e le reti di presa in carico faticano a rispondere a bisogni che si manifestano con maggiore intensità dopo la pandemia, con un aumento di disturbi d’ansia, depressione e fragilità tra i giovani. Questa domanda richiede continuità, multidisciplinarità, servizi di comunità e percorsi socio-sanitari integrati. E invece la risposta istituzionale della Regione Veneto, fino a oggi, è risultata parziale e frammentaria.
È evidente che il territorio soffre di una carenza organica che non si risolve con soluzioni tampone. Bandire concorsi resta necessario, ma non basta se non si agisce sulle cause profonde: il numero delle borse di specializzazione in psichiatria e la programmazione della formazione specialistica non sono stati adeguatamente rafforzati per colmare il divario tra domanda e offerta di competenze. La conseguenza è una penuria cronica di psichiatri e personale specializzato che ricade sui servizi: turni allungati, riposi rischiati, rotazioni forzate e un’erosione progressiva della qualità dell’assistenza. Chi lavora in prima linea accumula stanchezza emotiva e professionale, con ricadute dirette sulle persone in cura.
Non meno grave è l’uso massiccio di contratti a termine e forme di precarietà che producono un continuo turnover. Stabilizzare i professionisti non è una misura di mera tutela occupazionale, ma una condizione indispensabile per la continuità terapeutica, per la costruzione di legami di fiducia con le comunità e per la pianificazione dei servizi. La Regione, pur essendo competente nella pianificazione sanitaria e nel finanziamento delle politiche regionali, ha mostrato ritardi nell’adottare misure organiche di stabilizzazione e nel destinare risorse stabili ai servizi territoriali. I concorsi annunciati sono un passo, ma rimandano nel tempo l’effetto reale sulle strutture.
La debolezza infrastrutturale si somma poi a scelte organizzative che penalizzano la rete territoriale. I servizi di comunità — centri diurni, residenze semi-residenziali, interventi di prossimità — non sono stati potenziati con la necessaria determinazione, e così il peso viene spesso scaricato sui reparti ospedalieri e sui pronto soccorso. Questo squilibrio non è solo un problema di numeri, è un fallimento della strategia: prevenire e curare vicino al contesto di vita delle persone è più efficace e meno costoso che curare l’esacerbazione della crisi in regime di emergenza. La Regione avrebbe dovuto accelerare il Piano d’Azione per la Salute Mentale, tradurlo in interventi concreti e finanziati, e invece molte misure sono rimaste in bozza o attese burocratiche.
Un’altra dimensione frequentemente trascurata riguarda l’accessibilità fisica ai servizi. La responsabilità sui trasporti rientra tra le competenze regionali e la loro programmazione influenza direttamente la possibilità di cura, soprattutto nelle aree periurbane e rurali. L’assenza di collegamenti efficienti e coordinati con i servizi di salute mentale rende fragili percorsi che già dipendono dalla motivazione e dalla continuità del paziente. Quando l’accesso è difficile, aumentano le assenze, si interrompono i trattamenti e si amplificano i rischi di ricorso alle cure d’urgenza. Migliorare la mobilità e prevedere strumenti di accompagnamento per le fasce più fragili avrebbe dovuto essere parte integrante della strategia regionale: invece, troppo spesso, la questione del trasporto è rimasta sullo sfondo.
Infine, la mancata integrazione tra servizi sociali e sanitari è una ferita aperta. La salute mentale non si cura solo in ambulatorio: serve lavoro sociale, abitativo, educativo, servizi per il lavoro e per la famiglia. L’implementazione di percorsi socio-sanitari integrati richiede decisioni coraggiose e risorse condivise, non annunci spot. È qui che la Regione poteva e doveva esercitare il proprio ruolo di coordinamento, spingendo verso modelli di governance che vincolino investimenti pubblici alla creazione di reti territoriali stabili.
Non tutto è negativo e alcune iniziative di assunzione e di ripianificazione sono state avviate, ma la forza della critica sta nel chiedere coerenza e priorità. Mettere al centro la salute mentale significa aumentare le borse di specializzazione, stabilizzare il lavoro nei servizi, finanziare la comunità e i percorsi di inclusione, e collegare concretamente i servizi alla mobilità e alle politiche sociali. Serve una programmazione che non osservi il fenomeno come episodico, ma lo guardi come struttura da ripensare.
Alla Regione Veneto serve una svolta sistemica, con risorse dedicate e tempi certi, che rimetta la cura territoriale al centro della sanità regionale. Senza questo cambio di passo, pagheranno il prezzo più alto le persone che cercano aiuto e gli operatori che, con fatica crescente, cercano ancora di garantire risposte dignitose.