Il rapporto della Banca d’Italia sul Veneto per il primo semestre 2025 consegna un quadro che, a prima vista, può sembrare rassicurante: il tasso di disoccupazione è ai minimi storici e l’occupazione segna ancora una timida crescita. Ma scavando sotto la superficie emergono nodi strutturali che non possono essere ignorati. Dietro i numeri buoni in apparenza si nasconde infatti un mercato del lavoro segnato dalla fragilità, dall’incertezza e da salari che faticano a tenere il passo con il costo della vita. E quando la domanda estera trema, come mostrano i dati sulle esportazioni in calo, sono proprio i lavoratori e le lavoratrici a pagare il conto più salato.

L’attività economica nel complesso è debole, e questa debolezza è il filo che ricuce i vari problemi evidenziati dal rapporto. Non si tratta di una flessione passeggera: gli indicatori mostrano una crescita contenuta, con segnali di rallentamento che non vanno sottovalutati. In un contesto del genere, anche le imprese più solide tendono a limitare gli investimenti, congelare le assunzioni stabili e ricorrere a forme contrattuali flessibili per ridurre i costi nel breve periodo. Il risultato è una stagnazione che non si trasforma in sviluppo condiviso ma in precarietà generalizzata. Per chi crede in politiche redistributive e in un’economia che metta al centro il lavoro, è evidente che non bastano interventi spot: serve una politica industriale, territoriale e sociale capace di rilanciare domanda, innovazione e valore aggiunto.

Il calo delle esportazioni richiede poi una riflessione più profonda. Il Veneto è una regione fortemente esposta ai mercati esteri: i distretti e le piccole e medie imprese traggono una parte consistente del fatturato dalle vendite oltreconfine. Quando l’export rallenta, le conseguenze sono immediate e trasversali: ordini che non si rinnovano, catene di subfornitura che si irrigidiscono, riduzioni di orario, cassa integrazione o licenziamenti per evitare la chiusura. Ma il problema non è soltanto quantitativo. Questa frenata mette a nudo la fragilità strutturale di molte filiere venete, ancora troppo orientate alla competizione sul prezzo e poco sull’innovazione, sulla qualità e sulla diversificazione dei mercati. In un contesto internazionale teso e con una domanda estera più prudente, la mancanza di una strategia regionale coordinata, capace di accompagnare le imprese verso produzioni a più alto valore aggiunto e nuovi mercati, diventa un costo sociale elevato.

E questa dinamica aggrava un mondo del lavoro già in equilibrio precario. Dove l’export cala, si assottigliano i margini delle imprese e il primo strumento utilizzato per ridurre il costo del lavoro è spesso la precarizzazione. Il lavoro c’è, ma troppo spesso è senza futuro. Non basta celebrare un tasso di disoccupazione basso se le nuove occupazioni sono a tempo determinato, part-time involontario o frutto di forme contrattuali parcellizzate che non costruiscono carriera né diritti. La precarietà non è un accidente, è una scelta sistemica: appalti al massimo ribasso, subappalti senza controllo, politiche del lavoro inadeguate trasformano l’occupazione in un bene usa e getta. In un territorio come il Veneto, questo significa disperdere competenze preziose proprio quando servirebbero per innovare e rafforzare le filiere produttive.

La qualità dell’occupazione diventa così il tema decisivo per il benessere collettivo. Avere più persone occupate non garantisce maggiore dignità sociale né maggiori opportunità. Senza una contrattazione efficace, senza tutele reali contro il dumping salariale e senza investimenti strutturali nella formazione continua, la crescita dell’occupazione resta povera dal punto di vista redistributivo. I segnali di rallentamento nelle dinamiche del lavoro, con attivazioni nette in calo e misure emergenziali che non riescono a invertire la rotta, impongono alla politica un ruolo più attivo, non limitato alla logica dei bonus temporanei ma orientato a riforme di lungo periodo.

Il lavoro va difeso anche nel suo rapporto con la comunità. Le grandi opere e i cantieri legati a progetti nazionali e internazionali possono generare occupazione, ma se non sono accompagnati da criteri di qualità (clausole sociali negli appalti, obblighi di stabilizzazione, premi per chi rispetta contratti e diritti) rischiano di alimentare la stessa precarietà che si dichiara di voler combattere. Il lavoro povero non è solo una condizione individuale: è un fattore che indebolisce interi quartieri, svuota i servizi e mina la coesione sociale.

Settori come il turismo o parte del manifatturiero tradizionale sono particolarmente esposti alle oscillazioni della domanda estera, e per questo più vulnerabili. Quando l’export si riduce, chi lavora in queste filiere è spesso il primo a subire tagli o trasformazioni contrattuali. Serve un piano regionale e locale che sostenga la transizione verso produzioni a più alto valore aggiunto, investa nella formazione tecnica diffusa e rafforzi la domanda interna non con incentivi episodici alle imprese, ma aumentando il potere d’acquisto di chi lavora.

La questione salariale resta il nodo centrale. Se i salari reali non crescono, ogni risultato occupazionale è parziale e fragile. Ridare potere d’acquisto ai lavoratori significa sostenere la domanda interna, ridurre la vulnerabilità del tessuto produttivo e creare spazio per prodotti e servizi di qualità. Per questo bisogna tornare con decisione a parlare di salario minimo dignitoso, di contrattazione collettiva rafforzata e di politiche fiscali che alleggeriscano il carico su chi lavora per liberare risorse da destinare a formazione e innovazione. Le politiche attive del lavoro devono essere considerate un investimento strategico, non un costo, per accompagnare la riqualificazione e creare nuove opportunità, soprattutto per giovani e lavoratori intrappolati nella precarietà.

Il Veneto ha risorse, imprese dinamiche e un grande capitale umano: metterli al servizio della qualità del lavoro è una scelta politica. Se vogliamo evitare che i prossimi rallentamenti economici si traducano in nuovi fallimenti sociali, occorre riequilibrare il rapporto tra capitale e lavoro, restituendo dignità, stabilità e prospettiva a chi tiene in piedi l’economia regionale. Significa orientare gli strumenti pubblici verso la costruzione di un lavoro che non sia solo occupazione, ma vita dignitosa. Chi dice il contrario non offre una visione alternativa: rimanda semplicemente un conto che, prima o poi, pagheremo tutti.

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