In occasione della Giornata internazionale della donna, vale la pena fare una riflessione sui dati regionali (forniti dall’Osservatorio di Veneto Lavoro) per capire dove il mercato del lavoro ancora frena le opportunità femminili e dove invece si aprono spazi concreti di intervento.Negli ultimi vent’anni, la partecipazione femminile al lavoro nel Veneto è cresciuta in modo significativo: le occupate sono passate da circa 800 mila nel 2004 a 970 mila nel 2024 e il loro peso sul totale degli occupati è salito dal 40% al 44%.
Dietro questi numeri però si nascondono elementi strutturali che riducono la qualità e la stabilità delle carriere femminili. L’espansione dell’occupazione si è concentrata soprattutto nei servizi(sanità, istruzione, assistenza e commercio) settori in cui le donne sono fortemente sovrarappresentate; la polarizzazione settoriale rendedifficile la mobilità verso posizioni meglio retribuite e più stabili. Ladiffusione del part-time tra le donne raggiunge quote intorno al 35%(contro il 6% per gli uomini) e illavoro a termine rimane più diffuso tra le lavoratrici: nel 2025 circa l’81% delle nuove assunzioni femminili era su rapporti a termine, una modalità che spesso traduce l’ingresso nel mercato del lavoro in percorsi frammentati e con ridotte prospettive di carriera.
La struttura per età della partecipazione femminile racconta un’altra trasformazione rilevante:la crescita occupazionale è stata trainata in misura prevalente dalle coorti più mature. Tra il 2004 e il 2024 il tasso di occupazione delle donne nella fascia 55–64 anni è passato dal 15,8% al 53,4%, segno di un allungamento delle carriere ma anche dell’aumento della responsabilità sociale di rete su gruppi di età in cui le esigenze di conciliazione restano comunque importanti. Questo invecchiamento della forza lavoro pone al tempo stesso una sfida demografica: con coorti più giovani numericamente ridotte, non si potrà più contare sull’espansione demografica per aumentare l’occupazione complessiva.
Rimane poi un divario di genere sostanziale:ilGender employment gapin Veneto è ancora intorno ai 15 punti percentuali, pur essendosi ridotto rispetto ai valori di inizio millennio. Accanto a questo gap, il rapporto segnala un consistente bacino potenziale di persone non occupate ma prossime al lavoro. Tra le forze di lavoro potenziali si stimano circa 75 mila persone, di cui 46 mila donne, un serbatoio che, se efficacemente attivato, potrebbe contribuire sia alla parità di genere sia alla sostenibilità del mercato del lavoro regionale.
Da questi elementi emergono i nodi critici:concentrazione settoriale nei servizi, elevata incidenza di part-time (spesso involontario), diffusione di rapporti a termine e percorsi lavorativi discontinuo-fragiliche compromettono reddito, progressione professionale e, sul lungo periodo, sostenibilità previdenziale. Queste caratteristiche spiegano perché l’aumento numerico dell’occupazione femminile non si traduca automaticamente in pari qualità dell’occupazione.
Tuttavia,ci sono le prospettive per trasformare il potenziale in occupazione stabile e qualificata. Prima di tutto, è crucialeattivare le donne «prossime» al mercato del lavoromediante servizi personalizzati di orientamento, riqualificazione e abbinamento domanda-offerta che sfruttino al meglio le risorse già presenti; il rafforzamento dei percorsi e programmi di riqualificazione può fare la differenza nel breve periodo. Secondo,occorre intervenire sulle condizioni di lavoro: ridurre l’involontarietà del part-time, favorire la conversione dei rapporti a termine in contratti più stabili e promuovere forme di lavoro flessibile che non penalizzino la progressione salariale e professionale delle donne. Terzo, latransizione verso occupazioni di maggiore valore aggiuntodeve passare per politiche di formazione continua e per incentivi a inserire le donne in settori dove oggi sono sottorappresentate, in particolare nell’industria ad alta tecnologia e nei servizi innovativi, così da contrastare la segmentazione settoriale. Infine, misure di conciliazione (servizi per la prima infanzia e per la cura) restano leve essenziali per rendere sostenibili carriere più lunghe e continuità occupazionale.
In un contesto demografico che non permette più di affidarsi a nuove coorti numericamente ampie,valorizzare pienamente il lavoro femminile diventa una scelta strategica per la crescita e la coesione del territorio. Tradurre i dati in politiche significa puntare su interventi che combinino attivazione mirata, qualità contrattuale e infrastrutture di conciliazione: così la crescita già registrata può evolvere da effetto quantitativo a trasformazione strutturale, con benefici distribuiti per le donne, per le famiglie e per l’economia regionale.
