L’ultimo aggiornamento dei dati sull’occupazione in Veneto sta dando segnali sempre più chiari: non siamo davanti a una semplice flessione passeggera, ma a una fragilità strutturale del mercato del lavoro che rischia di trasformarsi in una ferita duratura per la nostra economia e per le famiglie che qui vivono. Nei primi nove mesi del 2025 il saldo del lavoro dipendente privato resta positivo, ma solo per +64.900 posizioni, dato che segna già un arretramento rispetto alle +74.400 dello stesso periodo dell’anno precedente e che deriva da una lieve riduzione delle attivazioni (-1%) e da un aumento delle cessazioni (+1%). Gli accessi al tempo indeterminato hanno un bilancio positivo ma ridotto rispetto al 2024 (+20.500 contro +23.000 nei primi nove mesi), frutto di una diminuzione delle assunzioni a tempo indeterminato pari al 6%. L’apprendistato, che dovrebbe essere la cerniera tra formazione e lavoro stabile, registra invece un saldo negativo (-2.400 unità nei primi nove mesi), segnale inequivocabile che il percorso formativo non si sta traducendo in opportunità durature. Il part-time pesa per il 32,8% delle assunzioni nei primi nove mesi dell’anno, con il part-time femminile che resta molto elevato (incidenza attorno al 48,3% sul totale femminile) mentre le assunzioni femminili complessive calano del 4% rispetto all’anno precedente.

Questi numeri mostrano che, pur restando formalmente positivo il saldo occupazionale su base annua, la dinamica della creazione di posti di lavoro si è fortemente attenuata. Le nuove attivazioni calano, le cessazioni crescono e una quota consistente delle assunzioni continua a essere a orario ridotto o a termine: una crescita malata, fatta di numeri che nascondono l’indebolimento della qualità dell’occupazione.

Questa indebolita tenuta del mercato significa famiglie con redditi più incerti, giovani che faticano ad entrare in percorsi stabili, lavoratrici e lavoratori costretti a rincorrere contratti brevi e stagionali. La diffusione del part-time e dei rapporti a termine, insieme alla diminuzione delle trasformazioni verso il tempo indeterminato, stanno cambiando il lavoro in un mosaico di pezzi usa-e-getta. È una precarietà che si accumula e pesa sulla domanda interna, sulla capacità di programmare investimenti e sull’attrattività complessiva del territorio per nuove imprese.

Se questo già sarebbe sufficiente per preoccupare, a ciò si aggiunge un uso crescente degli ammortizzatori sociali: la Cassa Integrazione torna a essere largamente impiegata, segnale che molte imprese reagiscono alle difficoltà rallentando l’attività invece di ristrutturarsi per crescere. L’aumento delle ore di Cig autorizzate non è la fotografia di lavoratori che perdono ore, di redditi che si assottigliano e di filiere che arrancano. Questo non è contenimento del problema, è rinvio e impoverimento.

In particolare il manifatturiero, che per decenni è stato l’ossatura del nostro modello produttivo, mostra segnali di stanchezza: produzione stagnante, contrazioni in settori simbolo del made in Italy come tessile, calzature e occhialeria, e una perdita di posti di lavoro in comparti che dovrebbero rappresentare l’avamposto della qualità e dell’export regionale. Le ragioni sono molte — dall’aumento dei costi energetici e logistici alla concorrenza internazionale e ai ritardi nell’innovazione — ma il risultato è lo stesso: distretti che tremano e migliaia di lavoratori appesi a contratti sempre più instabili. L’inerzia delle istituzioni e l’assenza di un piano organico di rilancio rischiano di trasformare crisi circolari in declino permanente.

La provincia di Venezia è emblematica di questi problemi: registra 131.940 assunzioni nei primi nove mesi del 2025, ma il saldo è in riduzione e si attesta a +23.045, mentre il solo mese di settembre chiude con un saldo negativo di circa -15.259. Qui la dipendenza dal terziario e dal turismo si accompagna a una stagionalità estrema: periodi che producono picchi improvvisi di domanda di lavoro e lunghi intervalli di vuoto in cui contratti terminano e persone restano senza prospettive. Questa alternanza accentua la precarietà, amplia le disuguaglianze e rende debole la tenuta sociale di intere comunità. I segnali locali — calo dell’occupazione stabile, aumento delle forme contrattuali temporanee e pressione su settori legati all’accoglienza e ai servizi — dovrebbero indurre una risposta politica decisa.

Che cosa chiedono i fatti? Chiedono politiche coraggiose e concrete: non bastano incentivi spot o misure emergenziali quando la tendenza è di fondo. Servono strumenti che favoriscano la stabilizzazione dei contratti, investimenti pubblici e privati per la riconversione tecnologica e ambientale del manifatturiero, un piano di formazione orientato alle competenze richieste dalle aziende che innovano, e interventi mirati a smussare la stagionalità del turismo con prodotti culturali, congressuali e di qualità che generino lavoro stabile per tutto l’anno. Senza una strategia di sistema, ogni intervento resterà un cerotto su una ferita che continua a sanguinare.

La politica regionale, assieme a quella nazionale, deve quindi alzare il tiro: si tratta di scegliere se continuare a fare da spettatori, come avvenuto negli ultimi 15 anni, mentre il tessuto produttivo si logora oppure di mettere in campo misure organiche che difendano il lavoro buono e accompagnino la transizione delle imprese. Servono scelte difficili, programmazione e risorse mirate. Se non si interviene su occupazione, stabilità contrattuale e riconversione produttiva, il rischio per il Veneto è di perdere competitività, ricerca e, soprattutto, dignità sociale per migliaia di persone. È tempo che la politica assuma la responsabilità delle scelte che il territorio reclama da troppo tempo.

 

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